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Porte di Verona

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Parlare delle porte di una città, di Verona in particolare, è andar nel profondo dei tempi a rivisitare non solo dei monumenti, ma anche una storia e una concezione di città, che oggi son rimaste ancorate ad alcune espressioni, che tuttavia hanno perso molto del loro originale valore: la passeggiata fuori porta, le trattorie fuori porta ecc. Che senso può avere per noi, oggi, fare una passeggia fuori porta? praticamente nullo. Se mai, ci sentiamo più disposti a pensare, come segno liberatorio, ad una boccata d'aria fuori casa, fuori la porta di casa.

Ebbene, quando la città, tutte le città, erano interamente recinte da mura, e le porte di queste mura erano chiuse al tramonto per riaprirsi solo all'alba, andar fuori porta doveva proprio significare prender una boccata d'aria diversa da quella di casa: cambiar vista, quasi cambiar cielo. Tutto ciò prevede, naturalmente, una città a dimensione umana, con le stesse certezze psicologiche di una casa, con le stesse caratteristiche culturali, sia interne sia esterne della casa. È un fatto che si può riscontrare anche solo confrontando la pianta di una città romana e di una casa romana: entrambe i complessi, costruiti su base decisamente ortogonale strutturano i loro incroci a 90 gradi, la città intorno al forum, la casa intorno all'atrio e al triclinium, di solito sullo stesso asse. Così il fitto e contorto reticolo viario del borgo medioevale risponde al seguirsi su linee spezzate delle stanze della casa che conducono alla stanza principale, che solitamente non si trova al centro dell'intera costruzione.

Nella città il cittadino doveva trovare, e trovava, completamente esaudite tutte le sue caratteristiche esigenze esistenziali: da quelle di lavoro, a quelle religiose, a quelle di svago. Non a caso la villeggiatura è un'invenzione che, a livello di massa, s'è fatta esigenza solo da pochi decenni.

La città, dunque, come una casa cinta dalle sua mura nelle quali si aprono delle porte: porte che custodiscono, e non son quindi semplici abbellimenti. Son porte fatte per la difesa, studiate in modo da permettere un controllo di chi entra e di chi esce (la doppia facciata che racchiudeva un cortile, nelle nostre due porte romane) con un filtro estremamente fitto e senza dubbio assai sicuro, oltre che necessario.

Dentro nella città la sicurezza della propria casa, della propria strada, del proprio rione, fosse esso un quartiere o un sestiere: un mondo conosciuto in tutti i particolari, gratificante dal punto di vista psicologico proprio perché tutto posto al riparo dall'ignoto. L'ignoto non è cinto da confini, non ha la certezza e l'ostacolo di un muro che difende e che si: è la campagna con le sue strade che si perdono tra i seminati e gli incolti, e che incontreranno nel loro percorso altre città, anch'esse recinte da mura, villaggi fortificati, fattorie munite come castelli, grandi corti con le porte d'ingresso forti come quelle della città: così come ancora oggi le vediamo nella Bassa e nella zona pedemontana veronesi.

Certo noi non possiamo sentire la sicurezza di queste cinte murarie (altre e ben più difficili a realizzarsi le protezioni che cerchiamo!); e perdendo questa certezza di sicurezza, abbiamo perso anche una piccola o forse grande, ricchezza: il gusto della cittadinanza (non del campanilismo sciocco e sciovinista). Quel sentimento che fa gridare a Romeo: "Non c'è mondo fuori delle mura di Verona..." (Romeo e Giulietta, III, 3).

Prima dunque di parlar delle porte di Verona, della loro storia, della loro forma, sarà opportuno accennare all'impianto urbanistico della città, per capire e valutare meglio che cosa custodivano queste mura e su cosa si chiudevano queste porte.

La prima cinta muraria, e quindi le prime porte, Verona le ebbe in età tardo-repubblicana: probabilmente dopo il 49 a.C., anno in cui grazie alla lex Roscia ottenne, insieme con le altre città della Padana, la piena cittadinanza romana. Queste prime difese, costruite con mattoni pedali (cm. 30 x 17,5), raggiungevano un'altezza di circa 12-13 m. e racchiudevano la città nuova. La vecchia era sorta da più secoli sulle pendici del colle di San Pietro sulla riva sinistra dell'Adige, con una superficie totale di circa 480 mila mq.

Il percorso, controllabile grazie ad una serie, anche se non ricca, di reperti, percorreva i limiti settentrionali delle attuali Via Diaz, Via Cantore, Via Noris, proseguendo fino all'incrocio di Via Frattini con via Leoncino, qui deviando con un angolo leggermente ottuso per puntare quindi alla riva dell'Adige circa all'altezza del ponte Navi. Qui, dove ancora oggi sorgono i resti marmorei e quelli di cotto, si apriva la porta più antica, Porta Leoni; l'altra porta, di cui ci rimane solo la facciata esterna d’epoca più tarda, è Porta Borsari. Due ponti: uno alla fine del Decumano massimo (quel Pons marmoreus di cui ci resta ben poco, già chiamato fractus, diruto nel 905), e l'altro, il più antico che univa la città nuova a quella vecchia, probabilmente sull'antico tracciato della via che univa i centri padani al Nord tramite la Valdadige, è l'odierno Ponte Pietra.

Il reticolo viario urbano era centrato sull'incontro delle vie principali, il Decumano Massimo (Corso Portoni Borsari, Corso Sant'Anastasia) e il Cardo Massimo (Via Sant'Egidio, via Cappello, via Leoni): qui si allarga il Forum con la sua platea, già in epoca repubblicana predisposto a quelle costruzioni, Basilica, Curia, Capitolium, che saranno edificate nel primo secolo dell'evo volgare. Sarà cinto molto probabilmente da un ricco colonnato che in tre angoli si apriva con monumentali archi di tipo serliano. In città c'erano anche le terme, in epoca più tarda, nella zona Duomo: lo testimoniano le due grandi vasche di porfido monolitiche ora in Piazza Erbe e in San Zeno.

E c’erano poi le case dei privati più potenti, così come ci sono testimoniate dai ritrovamenti di vari pavimenti musivati, anche fuori la prima cinta muraria, in Via Diaz, via Mazzini, via Fontana del Ferro, vicolo Balena ecc.

Naturalmente noi prendiamo in considerazione una città così come s'è trasformata in circa un secolo d’intensissima vita politica e culturale: dai tempi di Catullo, quando Verona non era degna di ospitare le ansie dell'innamorato disperato (cfr. carme LXVIII v. 27), alla guerra del 69 d.C. per la successione dei Flavi. Fuori le mura, almeno per un certo periodo, resteranno i due monumenti più famosi d’epoca romana: l'Arena e il teatro romano.

Questa prima cerchia muraria si allargherà, anche se di poco, nel 265 d.C. quando l'imperatore Gallieno, preoccupato delle frontiere a nord, includerà anche l'Arena con un rapidissimo lavoro, e frettoloso, lungo 1300 m. e alto circa 12. Si allargherà ancora con Teodorico, rinforzando la zona del Teatro Romano e il fianco occidentale dell'Arena: il percorso resterà più o meno invariato, subendo restauri (famoso quello per il quale l’arcidiacono Pacifico sostenne la prova della croce per decidere chi ne dovesse sostenere le spese) più o meno radicali, fino al periodo comunale: la nuova cinta, ipotetica la ricostruzione ma non irreale, correva con leggere deviazioni dal ponte Aleardi a Castelvecchio; e a nord, tra Via Carducci a SE e Regaste di Santo Stefano a NO, inglobava il quartiere del castello. Il centro era diviso nei quartieri del Ferro, dei Capitani, Maggiore, della Chiavica. Quindi gli Scaligeri rafforzarono la linea collinare, e Visconti e Veneziani la linea a Sud, con le possenti costruzioni della cinta dei Bastioni tutt’oggi ben conservati.

Da ultimo, gli Austriaci accrebbero la validità difensiva di queste mura con interventi di rassodamento, allargamento e fortificazione. Crescendo la cinta muraria, aumentarono di numero, naturalmente, anche le porte. Di queste, singolarmente, si parlerà nelle rispettive schede.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1981

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