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Ronco all'Adige

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Il Comune di Ronco all'Adige è collocato sulla riva destra del fiume, fra quello di Zevio a monte e quello d'Albaredo a valle, confinando altresì con quelli di Palù, d'Oppeano, d'Isola Rizza e di Roverchiara. Di fronte, ma dall'altra sponda del fiume, è il territorio di Belfiore. Con il Capoluogo e la vicina frazione di Ponzilovo, il territorio comunale registra altri insediamenti abitativi: Albaro con Canton, Scardevara e Tombazosana i principali; Corrubioli, Marà Alta, Marà di Sotto, Mazza, Polfranceschi, Risarola, i Ronchi, Rote, Crosara, Gemma, Pozza, Saletto, Barattin, Fornetto, Remoncino, Cason, Corso, Foramelle, Gramigna, Olmo e Tomba di Sotto, tutti gli altri.

Come in tutte le piaghe attorno all'Adige dallo Zeviano fino al Legnaghese (ma sull'altra sponda dallo Zerpano fino a Castagnaro), frequenti erano qui un tempo i terreni paludosi: un primo consorzio di bonifica delle valli Ronco e Tomba nacque nientemeno che nel 1593, ma soltanto alla fine del '700 fu elaborato da Anton Maria Lorgna un progetto sistematico di regolazione delle acque riguardante questo comprensorio. In queste plaghe, con opportune sistemazioni dei terreni si poté così via via coltivare anche il riso, una delle maggiori ricchezze agricole della pianura veronese. Tonnellate di questo prodotto, più che risolvere il problema alimentare degli abitanti della Bassa, che continuarono per secoli in una dieta di tipo maidico, s'indirizzavano, attraverso il mercato di Legnago, a Verona e a tutto I'entroterra veneto.

Dove non era palude, dove la mano dell'uomo aveva bonificato, dove il prato, il bosco e la sodaglia si erano ridotti perché solcati dall'aratro, la campagna era ed è ricca di popolazione e di mezzi: dal secolo XVI in avanti essa è andata, infatti, sempre più sostituendo il verde delle folte boscaglie con quello più ordinato di lunghi filari di gelsi, nuova pianta la cui foglia era il necessario alimento dei bachi da seta, un tempo fonte di ricchezza per buona parte del Veronese. Tuttavia il bosco non era andato completamente scomparendo. Era frequente imbattersi, scendendo il fiume, nelle pigre anse da esso tracciate, in boschi fluviali, in genere pioppeti.

Quest'evoluzione del paesaggio spiega anche il nome del Comune. Ronco viene da roncato, come del resto Roncà, e come tutti i Ronchi che troviamo sparsi anche nella nostra provincia. Runcare ha, infatti, significato di svegrare, di dissodare, di mettere a coltura terreni incolti, ove soltanto la roncola poteva, in un primo tempo dell'operazione, permettere di far piazza pulita negli incolti e nei boschi. Un lavoro già con tutta probabilità in parte avviato prima del secolo XII, quando anche il vicino territorio di Palù (palude appunto) viene bonificato e distribuito a cittadini del Comune di Verona, mediante una vera e propria lottizzazione di cui ci ha tramandato memoria il notaio Enverardo.

Ce lo fa pensare il fatto che il toponimo sia registrato fra i molti altri distribuiti ovviamente in tutto il territorio veronese già dal secolo X, come in quel largitionis preceptum di re Berengario del 30 novembre 896 che, su petizione d'Alverio suo fidelissimus comes, concede al suo fidelissimo oratore Boniperto, presbitero della chiesa di San Procolo, un manso con adiacenze e pertinenze nella villa di Ronco, nel Comitato veronese, coltivato da Gamberto libero uomo.

Del resto, anche se completamente bonificato, il territorio conserva ancora in località Valmarana e Foramella, dei cosiddetti sguazzi, su circa cinquecento ettari, in un'area lunga tre chilometri e larga due, in parte alimentati, tali sguazzi, dall'affioramento della falda acquifera e in parte frutto dell'escavazione dell'argilla, presso cave abbandonate che non presentano opere umane al di fuori di capanni da caccia, ove se I'ittiofauna è povera per la scarsa ossigenazione delle acque, I'ornitofauna viceversa è segnalata ricca e varia. Sulle rive degli specchi d'acqua è insediata anche una vegetazione palustre in condizioni molto instabili. Prospettive future? Sono in corso tentativi d'interramento d'alcune cave che seguono opere di bonifica precedentemente fallite.

Proprio per la presenza di queste cave, fino a pochi anni fa Ronco poteva vantare, oltre ad una florida agricoltura (frutteti e ortaggi) ben dodici fornaci da laterizi con circa cento addetti l'una, risultando così uno dei centri più industrializzati della provincia. Ma nel frattempo lo strato d'argilla che ha costituito per il passato una fonte importante delle fortune di questo Comune è andata via via verso l'esaurimento, mentre altri problemi relativi alla ricomposizione ambientale delle vecchie cave e all'apertura di nuove hanno reso critica la situazione. Con il prosciugamento delle paludi e I'inalveazione delle acque in canali affluenti del Bussè, con la messa a coltura di queste terre, numerose furono anche in questa zona, fra la fine del Cinquecento e il Settecento, le richieste alla Serenissima di concessioni d'acqua ad uso d'irrigazione e di risaia: ben trentacinque ne ha contate in un suo recente lavoro Remo Scola Gagliardi trattando appunto del ruolo delle acque nello sviluppo del territorio, ed informandoci anche dei vari interventi che furono realizzati nei tempi nel tentativo, talvolta fallito, di risolvere in maniera definitiva il problema dello sgrondo delle valli di Ronco-Tomba, determinato tra l'altro dalla difficoltà che incontrava un tempo il Bussè a defluire in Adige, a causa dell'innalzamento del letto di quest'ultimo.

Frutto delle bonifiche cui si è accennato fu, ad ogni modo, il fiorire dell'agricoltura, con relativi mercati per lo smistamento dei prodotti:

"dopo Zevio, Mazzabò, Ronco all'Adige e Tomba Zosana erano i luoghi ove facevano scalo i prodotti della vasta pianura veronese a sud-est della città - scrive Giovanni Faccioli - e i cereali che i contadini trasportavano in luoghi opportuni lungo le rive, qui venivano caricati sui peoti (barche di media grandezza) che, navigando sotto le sponde del fiume, avevano appunto il compito di raccogliere il grano dei vari proprietari. Agli scali più sopra nominati, la merce era trasbordata direttamente nei burchi che, a loro volta, la facevano giungere in città. Non era un lavoro stagionale, come può sembrare, perché la quantità dei cereali era tanta che a compiere il trasporto occorreva buona parte dell'anno. Ne risultava, allora, una fonte di guadagno pressoché permanente con un'attività molto meno impegnativa che non fosse quella dei commerci da Verona a Venezia, e viceversa, il che spiega in parte il gran numero dei concorrenti, e le complicazioni che ne seguivano".

Frutto di questa precoce conquista della terra fu anche, indubbiamente, l'elevazione della locale chiesa a pieve, e ciò almeno dal secolo XII, quando essa viene attestata com'esistente, con cappelle e decime relative, nella famosa Bolla di papa Eugenio III del 1145 che elenca tutte quelle esistenti nel territorio della diocesi di Verona. Ma se la pieve è atte stata in quest'anno, la chiesa di Santa Maria, ove essa ha sede, è d'origine più antica, risalendo all'anno 929 quando Milone, conte di Verona, insieme con sua moglie Valperga, la edificò, assoggettandola alla canonica della chiesa maggiore di Verona e a quella schola sacerdotum, dotandola di mansi e decime perché ivi potessero essere stipendiati chierici e distribuite elemosine ai poveri.

Ricorda Giuseppe Forchielli che poi, nel 1146, Eugenio III ordinò che la sentenza da lui pronunciata contro i presbiteri di Ronco, pro contemptu et inoboedientia canonice, fosse fatta osservare fino all'ultimo. Nel 1181 Galliziano, arciprete della canonica di Santa Maria di Ronco concesse in locazione alcune pezze di terra della chiesa, con I'approvazione dei suoi preti, detti fratres, due dei quali erano sacerdoti, due diaconi, uno suddiacono, tre accoliti, sette chierici, un altro ancora suddiacono, onde erano sedici oltre I'arciprete (actum sub porticu domum canonice praedicte ecclesie Runci).

Ancora: nel 1187 Urbano III concedeva ai chierici di Ronco di eleggersi I'arciprete. Questi chierici si chiamavano col titolo di canonici, cosicché in un privilegio di Celestino III del 1197 diretto a quei chierici si scrive: canonicis di Sancte Marie de Runco. Nel 1440 vi dovevano essere soppressi cinque chiericati, mentre nel 1505 la pieve fu scemata di un chiericato per formare la Mensa Cornelia. Fu quindi pieve collegiata e claustrale ed i suoi membri assunsero il titolo di canonici, le cui rendite furono ripartite, fino a qualche decennio fa, a metà tra arcipreti e chierici.

Frutto della tenace conquista del territorio sono anche alcune ville distribuite nel Comune: nate accanto a prosperose aziende agricole avviate con capitali qui impiegati da facoltose famiglie di città: corte Polfranceschi a Pezze, villa Camozzini al Canton e corte Corso a Ronco.

Corte Polfranceschi - di cui fu proprietario anche quel Polfrancesco Polfranceschi che nel 1626 pubblicò un'operetta dal titolo Della cura et educatione dei vermi della seta è, come ne scriveva Giuseppe Franco Viviani, tipica villa della Bassa, costituita da un corpo centrale, padronale e da una serie d'edifici rustici (stalle, fienili, depositi) disposti in modo da formare, col corpo centrale, un quadro dove nell'area interna sta una grand'aia, alla quale in passato si poteva accedere anche per via acquea, grazie alla navigabilità dei fossi locali. E servita da un impianto viario che appare chiaramente adattato all'estensione della proprietà che la circondava in altri tempi, e all'estremo lembo occidentale comprende una graziosa chiesetta dedicata a Sant' Antonio abate, fino a qualche tempo fa dotata di qualche bel pezzo d'arredamento.
Villa Camozzini al Canton (toponimo questo che appare anche nella carta del 1574 di Bernardino Brugnoli) si presenta invece - annota sempre Giuseppe Franco Viviani - con ai lati due grandi barchesse che limitano un ampio cortile, un tempo dominato da una vasta aia. Sul frontone della facciata principale del palazzo, di tipico gusto ottocentesco, sta uno stemma retto da quattro paraste con capitelli ionici e con inciso a grandi lettere il nome del costruttore e la data di costruzione: Francesco Camozzini 1850. Ma trattasi di un edificio ricostruito su uno precedente perché agli inizi dell'Ottocento la proprietà n'era di Anton Maria Perez e nel 1653 di Gerolamo Emilei che a Canton possedeva 100 campi di cui 16 prativi, 20 arativi garbi e 64 arativi con vigne, rendenti 150 ducati. E' durante la proprietà Camozzini però che la villa deve aver raggiunto l'apice della sua floridezza e in questo senso si esprime anche la cappella rotonda con pronao, inserita in costruzioni più recenti e dedicata a San Francesco di Paola, ornata con motivi arabeschi e recante sotto I'architrave esterno le iniziali del medesimo ricostruttore del palazzo e la data 1852.

Corte Corso, che secondo la tradizione orale popolare viene indicata correntemente anche come Il Vaticano, sarebbe lo sviluppo secolare di un antico monastero femminile del quale rimarrebbe un ricordo nel lungo corpo di destra, guardando la residenza patrizia, e nell'elegante facciata della cappella. Esisteva senz'altro - scrive sempre Giuseppe Franco Viviani - il 7 febbraio 1714, come attesta la visita pastorale di Innocenzo Liruti in data 31 gennaio 1818, ma il toponimo Corso appare già nella carta di Bernardino Brugnoli del 1574. Per un tratto della parte centrale dell'Ottocento, la villa, in pessime condizioni edilizie, rimase di proprietà di Pietro Sessa che vi praticava la bachicoltura. Le sue proprietà al Corso vennero, forse attorno al 1875, rilevate dal milanese Francesco Podestà che "atterrati gli informi tuguri" nel 1877 ne restaurò e ampliò i complessi rusticali, e che, l'anno seguente, ne rimodernò la cappella con l'infelice collaborazione del pittore Gazieri. Ricordano i fatti tre iscrizioni, collocate rispettivamente sul muro esterno sotto il quale passa l'accesso principale alla corte, sulla facciata della stalla e su quella della cappella che Giuseppe Silvestri reputa composta nell'Ottocento con frammenti provenienti da un'antica chiesa distrutta. Dal Podestà, che nel 1883 n'era ancora proprietario, la villa passò ai Da Lisca che nel 1929, nella persona di Giorgio Da Lisca, la rivendettero ai Tirapelle.
Ma torniamo alle acque - che qui sono l'elemento onnipresente - per ricordare, attraverso le parole dell'arciprete Ricomodero Collini registrate in un suo diario custodito presso l'archivio parrocchiale di Ronco, la salvezza di quelle popolazioni, intercedente la Madonna, dalla minaccia delle acque dell'Adige. Era il 19 novembre del 1719 e il fiume appunto "fece un'escrescenza la notte precedente sì grande che sormontava gli argini. La mattina si trovava il popolo con gran timore e tutto afflitto, minacciando l'ultimo esterminio con qualche rotta".

L'arciprete raccomandò ai fedeli

"alla Messa parrochiale cantata al suo altare che facessero fervorosa orazione, supplicando la Vergine Santissima a proteggere questo luogo e porgergli aiuto in dimostrazione del suo Patrocinio". Il dopopranzo terminato il vespro "circa le ore ventitre ordinai una processione col clero, ed il popolo sopra l'argine del fiume [...]; e processionalmente cantavano alternativamente le litanie alla Madonna, quand'ecco tornano indietro alcune persone che venivano da Scardevara dicendo: l'Adige ha rotto vicino alla Chiesa; ed infatti sormontando l'argine con cavalloni d'acqua entrava dentro minacciando una terribilissima rotta."

Narra ancora I'arciprete:

"lo li incoraggiai che gridassero forte recitando le litanie, terminate le quali si replicò due volte dal popolo in ginocchioni verso l'Adige Regina avvocata nostra, ora pro nobis, dissi poi l'orazione dopo li versetti ora pro nobis Sancta Dei Genitrix, Protege Domine famulos tuos subsidiis pacis, et Beatae Mariae semper Virginis Patrociniis confidentes ab inundatione aquarum redde securos. Per Christum ecc. Poi in nome del Santissimo Patrocinio, gettai nel fiume una immagine della Madonna di detto altare con un agnus della marca, e la notte susseguente ruppe l'argine verso Porcile e cessò la rotta di Scardevara. La mattina del 20 detto si cantò una messa alla Beatissima Vergine pro gratiarum actione".

Sempre a proposito di vicende ecclesiastiche, va ancora detto che la chiesa parrocchiale, attualmente officiata, non è più quella di un tempo, quella cioè di cui scrisse, nel 1910, Luigi Simeoni nella sua Guida di Verona e della sua provincia, e della quale notò l'aspetto moderno conseguente ad un rifacimento, benché l'abside sia ancora l'antica del XV e vi si vedano, oltre dei frammenti romani, tracce di costruzioni romaniche aggiungendo che: "forse questo è I'opus menzionato nell'iscrizione del 1210 murata sul fianco destro in cui si fa ricordo dell'imperatore Ottone IV". La chiesa attuale infatti -dedicata sempre alla Natività di Maria - fu costruita nel 1965 su progetto dell'architetto Angelo Manzini.

Antica è anche la chiesa parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo di Scardevara che ostenta diversi elementi romanici. Wart ArsIan vi sottolinea tra l'altro

"nell'abside, il persistere del raffinato gusto delle absidi di San Fermo e di Tomba Zosana interpretato, verso la metà del secolo XII, da maestranze quasi certamente veronesi" essendo l'abside "circondata da una serie di arcatelle poggianti su semicolonne a strati di tufo e laterizio affatto simili a quelle delle absidi di San Fermo, ma sormontate da capitelli trapezoidali di tufo (simili a quelli provenienti da Tomba Zosana ora nel Museo di Verona), adorni di rozzi rilievi schiacciati (dischi incisi; un animale andante; un uomo con due uccelli; un quadrupede)".

Ronco ha dato i natali al pittore Giuseppe Resi (1904-1974) gran frescatore di chiese, che non ha trascurato peraltro, accanto a quest'impegnativa professione di pittore d'arte sacra, quella di pittore da cavalletto con una copiosa serie di paesaggi e qualche ritratto.

"Sono opere - scrive relativamente queste ultime Anna Serra - si può dire sconosciute al pubblico, in quanto egli, per troppa modestia e riserbo, acconsentì ad esporle una sola volta nel 1958 in una fugacissima personale presso la Galleria La Cornice di Verona, ma non per questo esse risultano marginali nell'ambito della sua attività. Ad olio o talora ad acquerello con colori vivi e trasparenti, fissa l'attimo di un tramonto, la placida distesa del Garda o la campagna veronese dai fiammeggianti colori autunnali, cogliendo la realtà nei suoi aspetti intimi e dolci".

Gloria di Ronco è anche un santo prete: quel don Giuseppe Baldo che, nato a Puegnago il 18 febbraio 1843 da famiglia contadina, fu parroco di Ronco all'Adige dal 1877, combatté il socialismo ateo qui arrivato al pari che in molti altri paesi della Bassa Veronese, facendo fiorire le opere di assistenza ad un bracciantato agricolo toccato dalla miseria più nera. Egli nel 1885 fondò qui la Società Operaia di Mutuo Soccorso, precedendo a tempo di record le varie Casse Mutue, sorte dopo il 1945, e, per sottrarre i meno abbienti ed i poveri alle esose speculazioni, costituì nel 1894 la Cassa Rurale. Aprì poi per i vecchi abbandonati un Ricovero annettendovi una "Locanda Sanitaria" per i pellagrosi ed i poveri. Eresse anche l'Asilo infantile, ivi raccogliendo tutti i piccoli per la maggior parte gratuitamente. All'asilo aggiunse la scuola di lavoro ed il 26 aprile 1896 dette inizio alla Congregazione delle Piccole Figlie di San Giuseppe che crebbe prodigiosamente e tutt'ora dura a servizio incondizionato della Chiesa e della società in asili, collegi, orfanotrofi, ospedali, sanatori. Morì la domenica del 24 ottobre 1915.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1996

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