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San Giovanni Lupatoto

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Il Comune di San Giovanni Lupatoto (circa venti chilometri quadrati) si trova a sud di Verona e di San Martino Buon Albergo (mediante Adige), a nord di Oppeano e di Buttapietra, ad ovest di Zevio e ad est ancora di Buttapietra e Verona. Gli abitanti di quest'area alle porte della Bassa veronese tengono in ogni modo a rilevare che, lungi dall'essere una distesa piatta, uniforme e monotona, la loro terra, scendendo gradatamente ma costantemente da Palazzina a Raldon, presenta invece, anche in uno spazio relativamente limitato, una discreta gamma di paesaggi, per le sue dolci ondulazioni, le pittoresche scarpate dell'Adige e dei canali che solcano i campi ubertosi alimentati da una serie di risorgive e fontanili.

Testimonianze di abitati preistorici vennero alla luce in passato a Ca' dei Fré, a sud di Raldon, ove giungevano le zone paludose del Vallese, estese al punto da costituire una delle più vaste aree palafittiche della provincia di Verona.

Ma anche in età romana il territorio vide la presenza di coloni: ancora alla metà del secolo XVIII il marchese Jacopo Muselli pubblicava reperti da lui stesso portati alla luce nei terreni di sua proprietà, presso Raldon:

"Altre molte (sepolture) - scrive Muselli - furono dissotterrate a mie spese in una vasta pianura più di 500 pertiche lunga, e quasi tutta di Sepolcri Pagani ripiena, situata presso Raldon, Villa del Territorio nostro Veronese. Ritrovasi questa circa sette miglia di distanza dalla Città, tra le due strade, che portano una a Legnago, e l'altra a Bovolon, in sito dove principia a scoprirsi una certa tal qual terra arenosa, e dove le due nominate strade sono distanti fra loro cento e quaranta pertiche circa. I Sepolcri che in essa pianura furono trovati erano sottoterra a circa 6 oncie, situati parte non molto lungi dalla nominata strada di Bovolon, e parte vicini alla metà del terreno tra l'una e l'altra delle strade già dette. Quasi tutti erano posti alla confusa, senza che vi sia stata usata attenzione alcuna, nel numero, o ordine della loro situazione; posciacché in certi luoghi se n'è scoperto uno solo, in certi due, in alcuni tre, in molti più, e più fino al numero diciotto o venti, e questi tutti disordinatamente e senza regola alcuna collocati".

Nonostante le indicazioni del Muselli, I'ubicazione esatta della Necropoli è sempre incerta. Ciò era stato confermato allo storico locale Giuseppe Lavorenti anche da Lanfranco Franzoni, già direttore del Museo Archeologico al Teatro Romano, nel quale è raccolta la maggior parte dei reperti di Raldon. In seguito all'indagine condotta dallo stesso Lavorenti sul luogo e in base alle misure date dal Muselli, risultò che la zona doveva corrispondere alla località Compagnola di Raldon. Infatti il Muselli indica, come sede della Necropoli, "una pianura" compresa fra le due strade che portano a Bovolone e a Oppeano, nel punto dove esse corrono quasi parallele, a circa dieci chilometri e mezzo da Verona cioè a "sette miglia" dalla città. La zona peraltro fu in seguito destinata a cave e più recentemente all'espansione edilizia.

Una tomba romana venne alla luce anche al Pozzo, come da notizia sempre riferita da Jacopo Muselli. Si tratta di un "vaso di vetro alto 10 oncie, diametro 11 oncie, larghezza della bocca oncie quattro e mezza. Fu scavato in una Villa del Territorio Veronese chiamata il Pozzo. E ciò che è più degno di stima si è che fu ritrovato tutto intero senza che fosse rinchiuso in un'urna di pietra o almeno di creta". Il vaso si può ancora ammirare al Museo Archeologico di Verona.

Sempre in relazione a reperti di epoca romana va ancora aggiunto che nel 1992 Federico Dal Forno acquistò da un contadino, che le aveva trovate in località non meglio precisata nei pressi di Raldon, cinquanta monete in buono stato di Costantino (312-333 d.C.), Valentiniano (364-375 d.C.) e Valente (364-378 d.C.) senza il vasetto che le conteneva e che era andato distrutto, forse con la perdita di qualche altra moneta.

Il buio più fitto copre la storia di San Giovanni Lupatoto per tutto l'alto medioevo. Solo per il secolo XII (ma siamo ormai nel pieno medioevo) un documento del 1175 ci offre qualche sprazzo di luce sui possessi che in località Sorio (San Giorgio), presso Paquara, aveva appunto il monastero veronese di San Giorgio in Braida, mentre altro documento del 1178 ci mette al corrente di una ricognizione della zona eseguita dal podestà di Verona Grumerio per fissare i limiti di quella che allora era indicata come la Campagna maggior veronese.

Comunque, quando il famoso predicatore domenicano fra Giovanni da Schio venne da queste parti in occasione di un grande convegno da lui stesso organizzato lungo le rive dell'Adige per predicare la pace fra le varie fazioni che allora - eravamo nel 1233 - si contendevano il governo delle città venete, San Giovanni Lupatoto con Sorio, Paquara e Vigodimonte, erano piccole, sconosciute località della pianura veronese, allora ancor ricca di boschi fluviali in riva all'Adige. In quella circostanza convennero proprio qui, sulle rive del grande fiume, ben dodici Comuni con i loro carrocci, Ezzelino III da Romano, il Marchese d'Este, il Conte San Bonifacio, i conti da Camino, il priore di Santa Giustina, oltre a nove vescovi, al Patriarca di Aquileia e a rappresentanze dello stesso doge di Venezia. L'adunata fu imponente: Paride da Cerea parla di quattrocentomila persone presenti; Gerardo Maurisio, che dell'incontro fu testimone oculare, crede di poter affermare che da Gesù Cristo in poi non si fosse mai visto un così gran numero di persone riunite in un sol luogo per una predica.

Ma San Giovanni Lupatoto era un borgo di nessuna importanza anche agli inizi dell'epoca veneziana pur se abbiamo notizia che proprio qui aveva sede quel vicariato di Ca' di Campagna acquistato il 26 maggio 1405 dalla ex Fattoria Scaligera da certo Paolo Quintavalle. La zona era allora ancora dominata da numerosi boschi che con l'andar del tempo andarono via via scomparendo, di pari passo cioè con l'aumento della pressione demografica e quindi la messa a coltura di altre terre.

Gli ultimi boschi a rimanere furono appunto - oltre a quelli del Mantico a nord di Verona - questi situati nei pressi di San Giovanni Lupatoto dove scorrazzavano, assieme ai porci, i vari armenti di pecore e capre. Poi, via via, anch'essi sparirono per lasciar posto a piantagioni di gelsi per la coltivazione di filugelli che davano -accanto alla lana delle pecore - migliaia di libbre di seta greggia, assai remunerante. La nuova coltivazione - l'albero d'oro come fu chiamato - dette comunque anche agli abitanti di San Giovanni Lupatoto per alcuni secoli, accanto ovviamente a colture cerealicole e pascolive, lavoro e pane.

I Piccoli centri demici - spesso poco più di una corte rurale - divennero così più consistenti. Nacquero anche al loro interno, le prime chiese elevate poi a dignità di parrocchia. San Giovanni Lupatoto è già tale nel 1458 anche se ancora dipendente da Villafranca (l'attuale chiesa, costruita nel 1765 e consacrata nel 1779, fu ampliata nel 1911); la parrocchia di Raldon è smembrata da quella di Zevio nel 1630 (ma la nuova chiesa è stata costruita dal 1960 al 1962 su disegno dell'architetto Guido Troiani); quella di Pozzo fu costituita smembrandola dalla parrocchia di San Giovanni Lupatoto, in data 7 agosto 1952 (la chiesa fu costruita nel 1913 ed aperta al culto nel settembre dello stesso anno). E tutto il territorio si costellò nel frattempo di altre chiese e cappelle: San Carlo in contrada Maffea a Raldon, Santa Maria Assunta a San Giovanni Lupatoto, San Pietro Martire in contrada Sorio, San Gerolamo in contrada Pontoncello, la Madonnina in località omonima. Tutti segni della consacrazione del territorio, secondo schemi cari alla religiosità rurale del tempo.

Nascono anche, a mano a mano che la terra è sottratta all'incolto produttivo e al bosco, le varie opere di irrigazione: se ne interesserà tra gli altri, fra i primi, ancora nel secolo XVI, Teodoro da Monte, spirito bizzarro ma non privo d'ingegno, che quivi possedeva numerosi beni, ma che ebbe però ad incontrare l'opposizione della città di Verona, la quale dopo aver riacquistato la campagna e l'Arena dall'Università dei cittadini, restituendo i capitali di cui era debitrice, intendeva disporne nel modo che meglio credeva.

Progetti più recenti portarono alla costruzione ed all'utilizzazione di vari canali, ed in particolare del cosiddetto canale Giuliari che servì, oltre che all'agricoltura, anche ad avviare in San Giovanni alcune attività industriali:

"Paese industre e sede di opifici - potrà così scrivere Luigi Simeoni nella sua ancor valida Guida di Verona del 1900 - dopo l'apertura del nuovo canale derivato dall'Adige. In antico i Contarini, i Mocenigo e i Sagramoso ne avevano solo derivato uno ad uso agricolo".

Vasto, si è già detto, il territorio comunale di San Giovanni:

"Dalle porte quasi della città, da presso Tombetta e Pestrino ... sino alla sinistra sponda dell'Adige sotto il forte di Santa Caterina, dove sono Ca' de' Dossi e Ca' de' Maffei o di Mazzè, il territorio di San Giovanni, passando per ... Paquara, per Sant'Andrea ..., per Vignale, per Camotto, per Lettobon, per canali tracciati, aperti ma finora vuoti, del cessato Consorzio Giuliari, raggiunte in riva all'Adige le Bocche di Sorio, presa d'acqua ad irrigare le sottoposte campagne, e di là per l'oratorio di San Pietro, per Sorio stesso dov'era un antico castello, per la Croce dei Tre Frati e per Ca' dei Zermani, arriva al Capoluogo. All'est di questo ed al sud, incontransi poi, dopo molti piccoli poderi e diverse fattorie, le frazioni di Pozzo con 134 case e di Ca' di Massicei, delle quali il tenere del Comune prolungasi in una stretta linea intersecata da fossi e canali insino a Pampaluna, a Ca' Nuova, a Ca' del Pra, alla frazione di Raldon con 197 case, andando in ultimo, per una lingua di terra in forma d'ascia, dove sono le località dette Casette o Ca' dei Fré, a ficcarsi nel Comune di Oppeano".

Così delineava il territorio del Comune di San Giovanni Lupatoto, poco meno di cento anni fa, I'estensore della monumentale monografia della Provincia di Verona coordinata da Luigi Sormani Moretti, al tempo regio prefetto.

Forse le località indicate dall'estensore della monografia non si chiamano ancora tutte così. Probabilmente i vecchi ne ricorderanno più di una, ma alcune avranno senz'altro perso d'importanza e il loro nome sarà già stato dai più obliterato. Altre invece avranno assunto maggiore importanza nel corso di questi ultimi cinquant'anni che hanno visto non solo il vorticoso aumento demografico della popolazione residente a San Giovanni Lupatoto e relative frazioni, ma anche la conseguente trasformazione di un territorio sostanzialmente ancora rurale in un territorio che viene ormai indicato come facente parte integrante dell'armatura urbana del capoluogo di Provincia, come potrebbe essere, rispetto a Milano, Sesto San Giovanni.

Lo spirito imprenditoriale degli abitanti di San Giovanni Lupatoto sembra ad ogni buon conto rimontare all'Ottocento e può essere quindi considerato di antica data e di un certo buon lignaggio: già da allora si fabbricavano a San Giovanni lastre di vetro e bottiglie in uno stabilimento della "Società Veneto Trentina", poi resosi, agli inizi di questo secolo, inattivo. Vi era anche uno stabilimento per la trattatura della seta con un buon numero di bacinelle e con un motore a vapore, impiegante parecchie decine di operai. Nelle famiglie era ancora esercitata la tessitura casalinga del cotone e vi si producevano tele ordinarie di uso locale, mentre il benessere si nutriva anche di numerosi molini per la macinazione dei cereali e di una fabbrica di paste alimentari che non solo bastava ai bisogni locali, ma serviva pure al consumo dei paesi vicini. Vennero poi via via altre iniziative a sostegno economico di una popolazione che non poteva più rivolgersi tutta, per il suo sostentamento, al solo settore agricolo, un settore che anch'esso andava sempre più richiedendo, più che l'impiego di molte braccia, l'impiego di capitali e macchinari.

Oggi così, San Giovanni Lupatoto ha una popolazione che supera i ventimila abitanti; può contare su numerose e importanti industrie; ha scuole, biblioteca ed altri servizi sociali nel capoluogo come nelle frazioni; ha creato nuovi borghi offrendo alloggio ad originari e ad immigrati; ha sistemato strade, piazze, giardini. Si è trasformato insomma profondamente in pochi decenni da territorio a vocazione sostanzialmente agricola a centro pulsante di svariate, molteplici ed articolate attività, tanto da essere considerato come uno dei Comuni pilota di tutta l'intera provincia di Verona.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1996

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