Santa Maria in Stelle - il Pantheon - Verona

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Santa Maria in Stelle - il Pantheon

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Sorge a pochi chilometri da Verona, immerso nel cuore della Valpantena. E' il suggestivo ipogeo di Santa Maria in Stelle, comunemente noto come "Pantheon": un antico luogo di culto le cui radici affondano in un passato lontano ormai quasi duemila anni.

La sua struttura è semplice e, allo stesso tempo, complessa. Al tempietto, raccolto nel ventre della terra, si accede scendendo quindici ripidi scalini che conducono ad un piccolo atrio. Da qui si dipana un angusto cunicolo, lungo una ventina di metri, che conduce ad una cella quadrata, dal lato di circa tre metri. Ai fianchi di quest'ultima si aprono due ambienti absidati, ampi sei metri e mezzo per cinque, e alti poco più di quattro. Al centro dei loro soffitti, a volta, un'apertura rotonda del diametro di circa settanta centimetri. Prima che la nuova chiesa andasse a sovrastare l’ipogeo, tali aperture fungevano sia da presa d'aria sia da lucernario: nonostante la sua suggestione odierna derivi in gran parte dall'assenza di luce, infatti, in origine il tempietto non era affatto immerso nell'oscurità.

Oltre i vani principali, il cunicolo prosegue, abbassandosi progressivamente fino a divenire pressoché impercorribile, e s’inoltra nel cuore della collina per altri ottantacinque metri, fino a raggiungere la piscina limarla, vasca di raccolta delle acque di una sorgente sotterranea. L'ipogeo sorse, infatti, attorno alla metà del III secolo d.C., proprio per incanalare e condurre all'aperto tali acque, che erano quindi utilizzate nella zona.

La finalità pratica che lo vide sorgere non impedì comunque al sito di assolvere anche una funzione religiosa: nacque così il tempietto sotterraneo dedicato alle Lympae e alle Nymphae, divinità acquatiche femminili il cui culto è ampiamente documentato nella nostra regione. A promuoverne la costruzione, com’è ricordato sull'architrave che sovrasta l'aprirsi del corridoio d'ingresso, furono Publio Pomponio Corneliano, sua moglie Giulia Magiana e i loro figli Giuliano e Magiano. Doveva essere un personaggio di spicco, Corneliano: il suo nome ricorre, infatti, anche in altre epigrafi dedicatorie, una delle quali (poi confluita nelle collezioni del Museo Lapidario Maffeiano) lo indica come "curator rerum publicarum" e "consularis", cioè ex-console, magistratura che conservò gran prestigio anche in età imperiale. A rinvenire quest’iscrizione fu proprio Scipione Maffei: ed è curioso rilevare il disinteresse mostrato dal grande erudito veronese per questo monumento, che pure nello stesso secolo attirava l'attenzione d’altri studiosi, come dimostrano i rilievi (pianta, alzati e spaccato) eseguiti sul Pantheon da Gaetano Cristofoli, e oggi conservati dalla Biblioteca Civica.

Quanto a Corneliano, il visitatore che scende nell'ipogeo lo può incontrare ancora oggi: dovrebbe, infatti, essere proprio lui il personaggio togato ritratto nella statua, purtroppo molto danneggiata, collocata in una nicchia ai piedi della scalinata d'ingresso. Anche le vicissitudini di questo muto simulacro meritano qualche parola. Rimasto senza testa già nei secoli che furono, il supposto ritratto di Corneliano fu rapidamente rimesso in sesto dagli antichi valpantenesi: con molto senso pratico, e poca considerazione per l'autentico (ma allora, forse, non ci avrà fatto caso nessuno), recuperarono una testa "della misura giusta" con cui sostituirono l'originale, che immaginiamo irrimediabilmente perduto.

In tempi molto vicini a noi, la statua ha vissuto un'altra, traumatica disavventura, che l'ha vista ulteriormente mutilata. Causa del danno, un irruente turista che, nel tentativo di arrampicarsi sulla nicchia per essere immortalato al fianco dell'antico, ha ottenuto di rovinare al suolo in compagnia del marmoreo simulacro. Nessun danno per l'uomo, addio piedi per la statua che oggi è installata su un pratico (ma decisamente poco bello) supporto di cemento. I piedi, pazientemente, attendono nella stanza accanto il momento in cui il restauro li vedrà ricollocati nella posizione originaria.

Lasciato Corneliano, è il momento di inoltrarsi nel cuore dell'ipogeo, incamminandosi per lo stretto cunicolo (oggi illuminato elettricamente, ma un tempo rischiarato solo dal fioco balenare delle lucerne) che conduce agli ambienti principali. Della loro prima vita, quella romana, resta traccia soprattutto nella ricca pavimentazione musiva: il restauro condotto negli anni Settanta ha riportato chiaramente in luce le decorazioni a girari d'edera e a motivi geometrici, mentre ben poco si è potuto fare per restituire leggibilità all'emblema rettangolare, quasi del tutto perduto, che, sulla soglia della cella di sinistra, doveva ospitare una figura distesa.
Secondo alcuni studiosi, oltre che acquedotto e tempio dedicato alle divinità delle acque, l’ipogeo assunse anche una funzione funeraria, accogliendo le spoglie terrene di Corneliano e dei suoi familiari. Nessun dato oggettivo tuttavia (un sarcofago, una lapide) supporta quest’ipotesi. E sugli anni di transizione che vedono il Pantheon passare da luogo di culto pagano a chiesa paleocristiana (secondo un uso frequente, che puntava sia ad esorcizzare i sacrari pagani che ad offrire ai neoconvertiti una sorta di tranquillizzante continuità) grava l'oblio.

E' alla metà del IV secolo, infatti (dunque, a cent'anni dalla sua edificazione), che si fa risalire con certezza la nuova vita dell'ipogeo. A questi anni è collocabile l'esecuzione degli affreschi (purtroppo gravemente compromessi dall'umidità) campeggianti su pareti e soffitti degli ambienti principali, che andarono probabilmente a coprire precedenti pitture d’età romana: è, infatti, difficile pensare, nonostante l'assenza di tracce tangibili, che ad un suolo così minuziosamente decorato facessero da concerto murature spoglie.

La consacrazione al culto cristiano del Pantheon si accompagnò, infatti, alla raffigurazione, sulle pareti, di scene a soggetto vetero e neo- testamentario. Una prima testimonianza è già nel piccolo atrio di raccordo tra le due celle principali: sulla parete sinistra s’intravedono ancora, anche se un po' a fatica, le figure di un uomo e di un leone. Saremmo quindi di fronte alla rappresentazione pittorica dell'episodio biblico che vede protagonista il profeta Daniele: fatto gettare nella fossa dei leoni, l'uomo di Dio fu risparmiato dalle fiere, divenute miracolosamente mansuete.

Anche il soffitto a volta è decorato, e l'umidità che tanto ha devastato le pareti del Pantheon l'ha risparmiato abbastanza da lasciare ben visibili affreschi che richiamano la decorazione pavimentale. Inquietante, sullo sfondo, il sordo respiro delle acque: è qui che una porta in ferro chiude l'accesso al cunicolo che, inoltrandosi profondamente nella collina, dopo due curve segnate da altrettante vasche di decantazione (necessarie sia a rallentare la corsa delle acque che a facilitarne la depurazione) arriva allo sgorgare della sorgente.

Ed ecco i due ambienti principali. E' il vano di sinistra ad ospitare gli affreschi più preziosi, se non altro perché meglio conservati. I più antichi (fine IV - inizi V secolo d.C.) sarebbero opera, secondo Wladimiro Dorigo di “un pittore locale di fresca narratività popolare ma di buona cultura”. Sulla volta, a partire dal lucernario centrale, un motivo ad anelli concentrici di tubi in terracotta, rivolti verso il basso: è la riproduzione pittorica di una tecnica costruttiva particolare che, servendosi di "scheletri" composti da anfore o tubature, permetteva di realizzare murature leggere.

Alle pareti, ancora scene dalla Bibbia. Sempre dal Libro di Daniele, ecco l'episodio di re Nabucodonosor e dei tre fanciulli gettati nella fornace, ma prodigiosamente risparmiati dalle fiamme. Vi fa seguito una visita dei Magi a re Erode, che tuttavia alcuni interpretano come un antefatto dell'episodio precedente (i giovinetti che rifiutano di adorare l'idolo d'oro). Accanto, la strage degli Innocenti, e la scena dell'ingresso del Cristo in Gerusalemme. Chiude la decorazione parietale l'immagine di un bue e di un asino, nei quali alcuni studiosi leggono il simbolo del Vecchio e del Nuovo Testamento, mentre altri vedono una Natività incompiuta. Sono invece probabilmente d’epoca più tarda (fine V - inizi VI secolo), e certamente opera di una mano «più personale e creativa» (ancora Dorigo), gli affreschi della lunetta che sovrasta l'entrata. Qui, in un'area delimitata da motivi geometrici policromi, sono raffigurati Cristo e il Collegio Apostolico.

Ancora posteriore dovrebbe essere la raffigurazione pittorica che decora la parte di volta prossima alla lunetta: anche se piuttosto danneggiata, è ancora visibile una Madonna con Bambino e due angeli, sovrastata da un cielo blu tutto trapuntato di stelle. E una suggestiva teoria farebbe derivare proprio da quest’affresco l'attuale nome del luogo, citato per la prima volta nel 967 d.C. in uno scritto di Raterio, vescovo di Verona, come «ecclesia (...) sanctae Dei Genitricis, quae vocatur in Stella».

E' invece quasi del tutto scomparsa la decorazione pittorica del vano di destra, completamente compromessa dall'umidità. Restano poche tracce della decorazione del soffitto, identica a quella dell'altra sala. Sulle pareti, non è rimasta che un'unica immagine, molto più tarda delle precedenti: è, infatti, databile al secolo XI. Si tratta della raffigurazione di una mano, ai cui lati campeggiano due scritte: «dextera patris excelsis aertis» e «et vitam ... nunc pariet sanguine Christi». E' dunque la mano destra di Dio, la mano creatrice, simbolo dell’onnipotenza del Padre.

La sovrapposizione di tanti affreschi di mani i ed epoche diverse è solo uno dei chiari segni della vitalità che, nei secoli, contraddistinse l’ipogeo. Ancora nel vano di destra, un'antica stele sepolcrale romana, riutilizzata in età medievale come base d'altare, ricorda che il sito venne riconsacrato nel 1187 da papa Urbano III.

E tre secoli più tardi, in pieno Quattrocento, durante i lavori d’ampliamento della chiesa sorta nel frattempo sopra l’ipogeo, venne chiuso l'antico ingresso che sbucava all'interno dell'edificio sacro. Per consentire ugualmente l'accesso ai fedeli, si diede vita all'attuale scalinata. L'antico tempio sotterraneo doveva essere davvero rimasto nel cuore degli abitanti della zona se, nonostante la nascita di un nuovo e ben più spazioso luogo di culto, continuavano a frequentarlo numerosi.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1994

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