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Seminario Maggiore

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Anno 1567: il 23 gennaio, per opera del cardinale Agostino Valier, vescovo, ed in esecuzione di un decreto del Concilio di Trento di qualche anno prima (15 luglio 1563), nasceva a Verona un Seminario per la formazione del clero diocesano. Nasceva nell'ex monastero degli Ospitalieri di Sant'Antonio Grande, adesso Palazzo Fraccaroli, oltre la Bra’, verso la Valverde, in angolo con Via Sant' Antonio, appunto.

Ma a noi non interessa questa prima sede (della quale tra l'altro nulla rimane) e nemmeno la seconda nell'ex convento degli Umiliati a Bartolomeo della Levà, in Corso Porta Palio. Nemmeno la terza - sul colle di San Felice - nel convento di San Gabriele Arcangelo ove desso è villa Wallner - c’interessa, perché oggetto di questa nota è l'attuale sede del Seminario Maggiore, prospettante sulla via omonima, accanto a Piazza Isolo.

Qui, infatti, il Vescovo Gianfrancesco Barbarigo stabilì definitivamente la sede del Seminario ed a lui si deve il primo progetto per un grande edificio nel quale potessero convivere in buon numero i giovani chierici, sotto il regime dei saggi professori e con l'insegnamento di valenti professori. Del progetto - risalente ai primi anni del Settecento - non conosciamo gli elaborati, forse dovuti ad architetti veneziani; essi, infatti, vennero da subito rielaborati da Ludovico Perini, uno dei migliori esponenti dell’architettura veronese.

Il progetto del grandioso edificio periniano c’è invece noto attraverso i disegni originali: quattro fogli, non firmati ma plausibilmente autografi, due dei quali raffiguranti diverse soluzioni della fronte principale, un altro il prospetto dell’unica ala realizzata (con la scritta "Pars totius frontis iam aedificata. Anno 1713") e, il quarto, un particolare di un lato del cortile interno.

Del progetto periniano solo l'ala destra, compresa la monumentale facciata dell'atrio (detto appunto "dell'orologio" o "atrio Barbarigo") fu allora realizzata, strappando l'ammirazione anche di Scipione Maffei che così ne scrisse nella sua "Verona illustrata": «Tra le opere del passato secolo assai si sarebbe distinta la casa Della Torre a San Fermo se fosse terminata: Ma tra quelle de' giorni nostri non sia chi tralasci di portarsi ad osservar l’ala del Seminario, con Romana magnificenza, e con molta esattezza lavorata: il disegno fu d'architetti veneziani. L'essere stato tolto a questa chiesa Monsignor Barbarigo, che allora era qui vescovo, e che è poi stato cardinale, ha fatto rimanere imperfetto il grande edificio, quando si era già per dar principio all’altr’ala, indi per proseguir nel mezzo con nobilissime scale, e con superba idea».

Scrive a questo proposito Arturo Sandrini: "La grandiosità dei progetti per la facciata, in particolare della soluzione con corpo centrale caratterizzato da un alto basamento a bugnato su cui s’imposta la partitura d'alte lesene corinzie con frontespizio decorato da bassorilievo e statue arcoteriali, palesa apertamente una scelta lessicale in linea con quella tradizionale classicistica, che di fatto permane dominante nella cultura architettonica veronese pure durante il periodo barocco. Anche se - va osservato - al rigoroso neocinquecentismo della parte centrale, dalle linee vagamente palladiane, si contrappone nelle ali un linguaggio più libero e articolato, che non diniega toni enfatici, come nelle cornici delle finestre. Più dinamica e aperta, ma forse nel complesso meno riuscita, appare invece l'altra soluzione dove la frazione centrale, arricchita dal motivo portico-loggia e da una serie di statue di coronamento, ma ridotta di un piano e senza più frontone, perde quell'accento di nobile e severa magnificenza garantito nella prima variante dal valore massimo dell'insieme".

Le nobilissime scale, già ricordate da Scipione Maffei, non furono poi realizzate, ma l'edificio venne via via procedendo per lotti funzionali, articolandosi su progetti e direzione dei lavori d’altri vari architetti, tra i quali Domenico Cerato, Ottone Calderari e Luigi Trezza, con la realizzazione dell'ala sinistra, del corpo centrale e di una serie di corpi interni, alcuni dei quali a delimitazione di un chiostro. Settecentesco, il chiostro compare già (forse allo stato di progetto) in una pianta di uno scalone da eseguirsi, sempre per il Seminario, su progetto dell'architetto Luigi Trezza, nel 1792, che però non fu mai anch'esso realizzato.

Il chiostro, nella sua semplicità, ha una sua solennità, che non è certo quella che realizzarono in facciata e nell'atrio d'accesso i vari architetti qui succedutisi a dirigere i molti cantieri, e che tuttavia colpisce. AI di sopra del porticato, su di una facciata, è disegnata una meridiana atta a scandire le ore di studio e di riposo dei molti ospiti del Seminario al quale era fino a non molti decenni fa annesso pure un Collegio Vescovile per facilitare gli studi di giovani che si fossero avviati ad altre carriere diverse da quella ecclesiastica.

Per un secolo si continuò a fabbricare, dapprima su progetti dell'architetto Ludovico Perini e poi via via di altri, fino ad Ottone Calderari cui si deve la grandiosa facciata in stile palladiano. La fabbrica lasciata in sospeso dal Barbarico venne infatti ripresa, quasi mezzo secolo più tardi, dal vescovo Nicolò Giustiniani che ne affidò il progetto, nel 1766, al vicentino Domenico Cerato. Ricorda peraltro Arturo Sandrini come in realtà dell'imponente complesso da lui previsto (i cui disegni son conservati nell'archivio del Seminario) non venne realizzata che la minima parte: solo alcune sale adiacenti alla fabbrica del Perini. La quale, è da notare, nel progetto del Cerato non funge più da ala, come nell'idea originaria, ma diventa perno dell'intero complesso, i cui corpi laterali risultano qui avanzati verso la strada, anticipando la soluzione poi proposta e realizzata da Ottone Calderari.

Questi, pure vicentino e allievo di Cerato, venne interpellato dal vescovo Morosini per un nuovo e nondimeno grandioso progetto intorno al 1773, ma, ritardati dalla necessità di acquisire alcune casette private, i lavori, almeno per la loggia centrale e i bracci di raccordo attorno al cortile, iniziarono solo nel 1784 e proseguirono poi fino al 1789 che viene indicato come l'anno della inaugurazione del complesso.

La parte anteriore del Seminario, prospettante sulla via, fu elaborata dunque dall'architetto Calderari per conto del vescovo Giovanni Morosini. I lavori durarono a lungo ed ebbero conclusione soltanto una cinquantina d'anni appresso. Il cantiere fu veduto anche da Wolfango Goethe in visita a Verona che così annotò: «...ora stanno edificando una facciata grandiosa per il nuovo seminario, ma in un vicolo del più remoto sobborgo».

La facciata fu dotata, al centro, di bellissima loggia, nella volta della quale il pittore Marco Marcola dipinse, verso la metà del Settecento, i simboli delle costellazioni dello Zodiaco. Si tratta forse del più bell'affresco astronomico fra quanti decoravano case e palazzi di Verona. Il dipinto copre una superficie di ben 80 mq. e attrae subito l'attenzione e l'ammirazione di ognuno per la grandiosità della concezione e vigore dell'esecuzione artistica e la tecnica sapiente con cui il pittore ha disegnato e colorato una sessantina di figure fra grandi e piccole, mantenendo le proporzioni ed eccellendo nel movimento con scorci d’abilità veramente singolare.

Di questo soffitto così scrisse il Callegari: "Il soffitto a guscia è d'un grigio scuro, come un cielo tempestoso a macchie più chiare, attraversato da una lunga striscia biancastra raffigurante la Via Lattea. Esso è decorato con una sessantina di figure a vivi colori, rappresentanti altrettanti asterismi, ispirate all’Artista dalle ammirabili incisioni degli atlanti stellari del Bayer, del Hevelius, del Flamsteed e, più verosimilmente, di quello del Doppelmayer (Atlas novus coelestis in quo mundus spectabilis, Norimbergae 1742), le cui figure rammentano assai quelle di Marcola. E qui si può ricordare che un grandissimo artista, il Dürer, attese pure ad incidere le costellazioni nel 1515, che ispirarono anche il genio di Raffaello".

Ecco le costellazioni che vi si possono contare: il fiume Eridano di un bel verde Nilo, serpeggiante e costellato d'astri d'oro; l’Idra seguita dal Sestante, dai due Leoni, maggiore e minore, dall'Orsa Maggiore e da Boote con i Cani Levrieri, il Cuore di Carlo Il e la Corona Boreale; Ercole armato di clava con cui schiaccia il tricipite Cerbero, la Lira, il Cigno, e la testa d'Ofiuco; Pegaso, il Delfino, l'Ariete, il Toro e una parte della Balena, raffigurata come in tutti gli atlanti, con enormi zampe unghiate e fauci irte di terribili zanne; l'Indiano, il Centauro che trafigge il Lupo, la coda dello Scorpione e parte delle Bilance; sparsi poi all'interno la Nave, i Gemelli, l'intera famiglia di Cefeo, Andromeda, Cassiopea, Perseo con Medusa, il Dragone, indi il Cocchiere con la Capra. Vi troneggiano ancora un gigantesco Orione, con il balteo trapunto di stelle, in uno scorcio veramente stupendo, e il Liocorno, la Giraffa, la Fenice, l'Altare, la Corona australe, la Mosca, la Lince, i Triangoli australe e boreale, la Lucertola, il Camaleonte, la Volpe, la Quercia, la Lepre, la Serpe, la Gru, il Pavone, il Tucano, il Cigno, il Corvo, la Colomba, l’Avvoltoio, la Croce del Sud, la Saetta, l'Orsa minore, i Pesci, il Delfino, il Pesce Volante, il Pesce Spada, il Dorato, il Sagittario.

Una testina rappresenterebbe, secondo taluno, l’autoritratto del pittore stesso che verrebbe ad essere Antinoo, come Ganimede, di cui si scorge un'ala.

Sopra la loggia si ergono otto statue simboliche "ma di esse - scrive Vittorio Montorio - non è consentito vedere le movenze per l'angustia della via, come per lo stesso motivo non si può gustare tutta la bellezza della facciata nella cui parte centrale, entro quattro nicchie, vi sono le statue di quattro dottori della Chiesa...". A detta di Arturo Sandrini la magnifica facciata «propone un verbo legato a modelli schiettamente palladiani, di cui del resto il Calderari era fedele assertore». Il completamento poi dell'atrio sottostante la loggia avverrà in anni più tardi, nel primo decennio dell'Ottocento.

Oltre la facciata del Seminario, all'interno del cortile d'onore, a far da sfondo all'atrio monumentale di accesso disegnato da Ludovico Perini e probabilmente da Ottone Calderari completato, è una loggia con colonne ioniche che sostengono una possente trabeazione. L'architettura - senz'altro neoclassica e che richiama grammatiche palladiane - è di grande effetto ed alleggerisce di molto la solennità dell'ambiente, marcata al piano inferiore dalle pesanti porte e finestre bugnate.

Quattro altorilievi allegorici dovuti al buon scalpello di Angelo Sartori e collocati appena sotto il marciapiede della loggia, rappresentano forse lo Studio, la Religione, l'Educazione e la Vigilanza, severo monito per chi entrasse in questo seminario onde prepararsi alla missione sacerdotale.

Fra questi bassorilievi, sopra la porta d'ingresso al vasto ambulacro del piano terreno, una lapide ricorda gli imponenti lavori qui promossi dai due vescovi Giovanni Morosini e Innocenzo Liruti: Johanne Morosini episc. CXIC, Innocentio Liruti episc. CXXI auspicibus, Seminari frons adiectacque aedes, a fundamentis erectae.

Le benemerenze del vescovo Morosini a proposito di questi lavori furono tramandate anche coniando una medaglia dove si può leggere: Ioannes Morosini episcopus veronensis Seminarii frontem et adiectas aedes a fundamentis erexit anno MCCLXXXIX.

Sarebbe il caso di ricordare, a questo punto, accanto alle vicende architettoniche del complesso, anche quelle relative alla vita che all’interno del Seminario e del Collegio Vescovile si è qui svolta nell'arco di ben tre secoli. O ricordare almeno i molti personaggi, fra ecclesiastici, insegnanti e allievi che hanno vissuto parte della loro esistenza fra queste mura. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano, dovendosi in un certo modo riscrivere in tal caso, per così dire, tutta o quasi la storia della cultura veronese relativa all'età moderna e contemporanea.

Ci si limiterà a dire - con Angelo Orlandi, relativamente al Collegio Vescovile e agli anni del Risorgimento: «II fatto che Ippolito Nievo e Vittorio Betteloni siano stati alunni del Ginnasio Vescovile è certamente un indice della serietà culturale dell'istituto e del valore degli insegnanti. Nello stesso tempo ci dicono che l’atteggiamento politico doveva seguire una linea abbastanza imparziale, atta ad evitare le complicazioni, ma non così servile, come la si dipinse qualche volta: dalla scuola, infatti, uscirono del pari ardenti fautori della causa italiana e austriacanti ostinati; vi sono casi di alcuni censurati per sospetti politici e salvati con accortezza da minacciate sanzioni».

Del resto il Seminario ebbe persino, fra Sei e Settecento, una sua propria tipografia dalla quale uscirono buone stampe: a stare con Giuliari e Riva una cinquantina con esplicita sottoscrizione, ma di più se si tien conto che il Seminario diede lavoro al Vallarsi, al Targa e al Carattoni e fu quest'ultimo che alla fine del 1752 accolse l'offerta del vescovo Giovanni Bragadino e rilevò i caratteri, i quattro torchi e la libreria di Santa Anastasia.

E tuttora presso il Seminario è una fornita biblioteca, nata con l'istituto medesimo al servizio degli insegnanti e dei chierici, ma negli ultimi anni assai frequentata da studenti e studiosi esterni che vi trovano soprattutto collezioni di testi difficilmente reperibili altrove, oltre che materiale archivistico e documentario, nonché interi importanti fondi d’eruditi veronesi dei secoli andati, che vollero qui custodire i loro carteggi, a disposizione di quanti volessero trarre, dalla loro consultazione, una qualche utilità.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1994

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