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Il nome di Sommacampagna viene spesso evocato quando si parla di Guerre d'Indipendenza e di varie battaglie combattute qui attorno. Noti agli storici militari sono persino alcuni toponimi riferiti al capoluogo comunale come Accademia, Brusa, Campagnol, Casazze, Ca' Verde, Coà, Fredda, Gasparina, Madonna del Monte, Mirabella, Palazzina, Palazzo, Pantina, Pirlar, Poiane, Rezzola, Sarcé, Siberie, Stazione ferroviaria, Terruia, Zerbare. Ma non meno note per gli stessi motivi sono le frazioni di Caselle (con Ceolara, Palazzina, Palazzine, Paradiso); di Custoza (con Bagolina, Cavalchina, Gorgo, Montegodi, Valbusa); e di Lugagnano (con Betlemme, Mancalacqua, Rampa).

Non essendo nostro intento soffermarci su tali battaglie, ricorderemo piuttosto come quest'antico Comune si stenda nella parte nord del distretto vecchio di Villafranca alla sinistra del Tione, parte in piano e parte in colle, comandando Sommacampagna per la linea di collina, di cui è chiave, alle strade che, dal Mincio, conducono a Verona; e come il centro principale, che dà nome al Comune, contasse già nell'Ottocento circa duemila anime.

Il territorio di Sommacampagna, ora soltanto parzialmente agrario, comunque fertile e ben coltivato, produceva nell'Ottocento cereali, viti, gelsi, legumi. Vi si allevavano allora bozzoli e bestiame bovino ed ovino, e il commercio era assai animato: ogni primo martedì del mese vi si svolgevano, infatti, mercati frequentatissimi. Vi erano in loco anche mulini e fabbriche di paste alimentari, mentre la classe operaia gestiva una fiorente Società di mutuo soccorso e una Cooperativa di consumo, e il credito agricolo era sussidiato da casse rurali.

Un quadro economico dunque, questo di fine Ottocento, già vivace, anche se saldamente ancorato all'agricoltura e ai suoi prodotti. Un quadro comunque stravolto negli ultimi cinquant'anni per tre concomitanti concause: la specializzazione dell'agricoltura vitivinicola, il grande impulso all'industrializzazione ed anche un forte incremento della vocazione residenziale di borghi a pochi chilometri dal capoluogo di provincia.

La specializzazione a coltura viticola del territorio ha portato alle recenti grandi affermazioni di un vino bianco doc: il Custoza, un magnifico vino a denominazione d'origine controllata, prodotto nell'incantevole zona che comprende - oltre Sommacampagna - la parte sud-ovest del grande anfiteatro morenico del Garda, e dove la coltivazione specializzata dei bianchi vitigni si estende, di dosso in dosso, di colle in colle, su una superficie di 612 ettari, con una produzione d'uva aggirantesi, secondo le annate, da 60 a 70 mila quintali, dai quali si ottiene una quantità di vino mediamente calcolata sui cinquantamila ettolitri.

Diremo, infatti, subito che il disciplinare produttivo del Bianco di Custoza doc, giovane perla enologica veronese, fu riconosciuto solo nel 1971, avendo com'encomiabile propugnatore l'Ispettorato Agrario Provinciale. Ma la giovane perla, tutelata da un attivo Consorzio, ha avuto, in questi ultimi anni, un particolare successo, colmando subito pretese distanze da altri vini veronesi, forse un tempo più famosi, come il Soave o il Valpolicella.

L'industrializzazione del territorio comunale è stata favorita negli ultimi cinquant'anni soprattutto a seguito della creazione dell'autostrada Milano-Venezia che tale territorio tutto attraversa, nonché delle grandi tangenziali alla città di Verona che lambiscono ad est tale territorio: già nel 1981 le industrie - che nel 1951 erano 72 e occupavano 231 addetti - avevano superato le 300 unità dando lavoro ad altri 2500 addetti, mentre le attività terziarie, probabilmente a queste collegate e che nel 1951 erano 105 ad occupare 268 addetti, avevano superato le 300 unità ed occupavano pressoché un migliaio d'addetti.

Relativamente alla situazione abitativa del Comune, strettamente intrecciato al suo sviluppo economico e quindi alle vicende dell'edilizia, solo dal 1961 al 1971 si è avuto qui un aumento di oltre 4000 vani pur se adesso, a dire il vero, e in conseguenza della recessione economica, il mercato di nuove case (e quindi la loro costruzione) segna qualche battuta d'arresto, in attesa che le nubi si diradino ed anche Sommacampagna, come del resto tutti i Comuni che formano la corona della "grande Verona", possa ritrovare quegli slanci che ne hanno fin qui caratterizzato, almeno per gli ultimi decenni, l'economia.

Passando a raccontare la storia di questa porzione di territorio provinciale rappresentata dal Comune di Sommacampagna, diremo, con Alessandra Aspes, che "tracce della presenza dell'uomo sono note con certezza nel territorio circostante Sommacampagna a partire dal II millennio a.C., quando, assestatosi il clima in modo definitivo ed analogo a quello attuale, le alture moreniche si prestavano ad ospitare insediamenti umani", e che un ritrovamento di materiali archeologici si ebbe nel 1983 in Via Pietro Nenni, in occasione di lavori per una lottizzazione.

Anche per l'età romana qualche informazione sembra dover esserci: è tradizione che ove sorge la chiesa di Sant'Andrea fosse un tempio pagano dedicato a Diana, mentre sempre nella chiesa è stata scoperta un'ara frammentaria con dedica a Leituria, divinità altrimenti ignota. Nella chiesa di San Pietro era testimoniata, in età rinascimentale, un'ara dedicata a Minerva, ora conservata presso la Biblioteca Capitolare di Verona. Altri reperti romani sono segnalati a Sant'Andrea, nei pressi d'Oliosi, di San Giorgio in Salici e di Custoza, in Via Gidino e in Via Adige. Se impossibile in questa sede è stendere una storia completa di Sommacampagna (per la quale si rimanda all'Importante volume miscellaneo curato da Giuseppe Franco Viviani), non si può tuttavia dimenticare, fra i monumenti medioevali, la splendida chiesa di Sant'Andrea.

Secondo Francesca Flores D'Arcais, l'edificio della chiesa di Sant'Andrea, ora parte integrante del cimitero di Sommacampagna, è ancora quello al quale si riferisce un documento del 1035: segno che il terribile terremoto che funestò il veronese nel 1117 non lo distrusse, o almeno non in maniera tale da doversi provvedere, come in altri casi, ad una sua completa ricostruzione.

"L'edificio, di dimensioni non molto grandi - annota ancora Francesca D'Arcais - è all'interno diviso in tre navate da quattro coppie di pilastri sostenenti dei semplici capitelli a piramide rovesciata e ad angoli smussati, come i pilastri, in mattoni. All'interno il basso e pesante edificio, scarso d'illuminazione, si apre con un maestoso respiro nell'ampio giro dell'abside maggiore, fiancheggiata da due absidiole laterali. L'esterno mostra analoga semplicità di struttura nel succedersi liscio delle pareti a filari di conci di calcare e ciottoli che danno all'edificio un aspetto austero e severo, nel gioco geometrico delle masse; il movimento delle absidi, la maggiore emergente con ampia curvatura della parte terminale, coronata da una semplicissima cornice ad archetti dello stesso materiale, pur nelle ridotte dimensioni dell'edificio, appare imponente".

Una curiosità degna di nota: nel secolo scorso la chiesa - qualche decennio fa restaurata amorevolmente dall'architetto Forlati - aveva due torri campanarie sulle due absidi; ma una di esse venne in seguito demolita perché minacciava rovina. Delle due ne rimase così solo una che risale al secolo XVI. L'esistenza delle due torri campanarie - fatto abbastanza insolito nell'architettura romanica veronese - è documentata anche da un disegno settecentesco di Adriano Cristofali, conservato presso la Biblioteca civica di Verona. Sempre nella chiesa di Sant' Andrea si può ammirare un grande affresco con la visione apocalittica di Cristo Giudice, che era da alcuni datata agli inizi del Trecento ed assegnata per I'esecuzione a Maestro Cicogna ma che Maria Teresa Cuppini dice invece opera degli inizi del Duecento. Altri dipinti, di epoche diverse, correvano lungo le pareti, attorno ai grossi pilastri e nelle tre absidi. I loro resti affiorano fra le imbiancature e gli scrostamenti operati dai secoli.

Se il centro storico di Sommacampagna mirò a svilupparsi sul colmo pianeggiante di una collina abitata fin da ere preistoriche, si sa che poi tale centro fu, probabilmente in età comunale o scaligera, opportunamente fortificato con la costruzione di una rocca e di una cortina muraria che lo cinse interamente, ben separandolo, anche visivamente, dalla campagna circostante. E anche se oggi è impossibile riconoscere sicure tracce del recinto medievale, tuttavia è ancora facile leggerne il supposto andamento, oltre il quale, verso l'esterno, l'espansione edilizia si è avuta solo in data recente. Nel tardo medioevo Sommacampagna fu resa illustre da un suo grande figlio: è quel Gidino, detto appunto da Sommacampagna che, nato tra il 1320 ed il 1330, aveva iniziato la sua carriera politica sotto Cangrande Il. Il 15 agosto 1357 egli era "factor, exactor et gubernator omnium vacancium Veronensium" e l'anno successivo occupava un officium in Tribunale. Si sa che Gidino divenne intimo del signore scaligero, del quale seguì le inclinazioni naturali, e in ogni cosa "gli tenne bordone". Letterato, grammatico e poeta, di lui si conosce, presso la Biblioteca Capitolare a Verona, un codice miniato con la raccolta dei suoi Ritmi volgari, pubblicati da Giuliari e recentemente riediti con completa foto-riproduzione, trascrizione e opportuni corredi di studio, a cura di vari autori, con la curatela di Ezio Filippi.

Il territorio di Sommacampagna, proprio per I'amenità dei suoi paesaggi collinari, si venne via via, soprattutto in epoca veneta, arricchendo di notevoli ville.

A Custoza è villa Pignatti, già Ottolini, grande e bella costruzione seicentesca, in stupenda posizione dominante la piana di Villafranca e Valeggio, fino alle lontane torri di Mantova. L'edificio rettangolare ha due facciate, una a sud verso il giardino, e l'altra a nord verso la strada, sulla quale danno i due cancelli d'ingresso, con i pilastri sormontati da pigne.

Attorno e dentro il capoluogo sono invece Ca' Zenobia, Villa Fiocco Masi, Villa Campostrini e Villa Livio.

Ca' Zenobia, ora Forlati, è sobria costruzione cinquecentesca con tracce romaniche e gotiche. Già proprietà degli Zenobi, divenuti nobili al tempo della guerra di Candia, passò poi ai Trevisan, indi agli Engle, infine ai Forlati. Una sala è decorata da affreschi già attribuiti a Paolo Veronese ma ora, con maggior fondamento, dati a Paolo Farinati. Notevole il piccolo giardino antistante con frammenti archeologici e, a tergo, il brolo, con un gran viale di cipressi.

Villa Fiocco Masi risale al secolo XVI. E' dotata di magnifico parco-giardino, sul quale la massa solida, quadrata e un po' massiccia dell'edificio domina con la sobria eleganza delle sue forme rinascimentali, che ripetono la tradizione sanmicheliana. Vi dimorò Carlo Alberto, re di Sardegna, e vi è annessa una cappella.

Villa Campostrini, detta La Bassa, fu costruita nel secolo XVIII. Ha un parco, dichiarato di notevole interesse, degno di protezione, con statue del Muttoni. L'edificio ha la tipica pianta veneta, con due saloni centrali e annesso un rustico a porticato. All'interno sono vari soffitti decorati in stile primo Impero e accanto una cappella ottagonale in stile neoclassico, con pala d'altare di pittore veronese del primo Settecento.

Villa Livio si trova al centro del paese, circondata da un vasto e stupendo giardino, che da posizione elevata offre larga visuale sulla zona collinare circostante. L'edificio originario, risalente al Settecento, è stato assai modificato e anche migliorato in data relativamente recente. Ora si presenta a tre corpi, di cui quello centrale si alza in un attico triangolare, sormontato da pigne, mentre la facciata è movimentata al centro da un largo poggiolo a balaustra.

Pur avendo volutamente trascurato di parlare di battaglie del Risorgimento attorno e in Sommacampagna, non si può chiudere questa veloce panoramica economico-storico-artisitica senza almeno un accenno ad un monumento visitatissimo tuttora da foltissime comitive, soprattutto scolastiche: si tratta di quell'Ossario di Custoza, - opera di non disprezzabile architettura di Giacomo Franco, eretto alla memoria dei Caduti delle due infauste battaglie combattute dall'Esercito piemontese nel 1848 e dall'Esercito italiano nel 1866, contro l'Esercito austriaco.

Saliti i ripidi gradini della torre che lo sovrasta, l'Ossario offre al visitatore, dal ballatoio ottagonale, un pittoresco panorama, la lettura del quale è facilitata dall'essere incisi sul parapetto i nomi dei Comuni limitrofi, sottolineati da una freccia che indica di ciascuno I'esatto orientamento visivo. Dal ballatoio si entra poi in un piccolo locale dove sono esposti i vari cimeli. Nelle vetrinette trovano, infatti, posto oggetti personali, ritrovati addosso ai caduti, come pipe di diverse forme e fogge, in vetro, in maiolica, in terracotta, bronzo o ferro, orologi e medagliette sacre, fotografie di parenti e genitori, forchette, cucchiai, borracce e gavette. E ancora arnesi per toeletta come pettini, rasoi e spazzolini. In altre teche sono esposti bossoli di granata, baionette e sciabole, vecchie pistole e fucili, bicchieri di vetro, monete e cartamonete italiane e tedesche, piccoli contenitori di vetro per medicinali, palle di fucile estratte ai feriti dal dottor Paolo Messedaglia.

L'Ossario comprende anche una piccola cappella in cui si celebra, ogni 24 giugno, giorno della seconda battaglia, una messa commemorativa dei Caduti.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1996

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