Sorgà - Chiesa di Santa Maria - Verona

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Sorgà - Chiesa di Santa Maria

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La pieve di Santa Maria di Sorgà risale ad epoca assai remota. La più antica menzione si ha in un atto del 939 nel quale Odelberga honesta uxor di Aliverto da Erbè, professante legge romana, dona al monastero di Santa Maria in Organo di Verona alcuni terreni con patto di rimanerne usufruttuaria assieme al coniuge fino alla loro morte; nel documento si nomina la chiesa di Santa Maria ubi dicitur Suregada [ossia Sorgà] iure proprietario nomine habendum abbas qui ibidem in iamdictos monasterio modo est.

Dunque già nel secolo X la chiesa era sottoposta all'antico monastero veronese dei Benedettini, al quale rimase legata fino alla soppressione avvenuta in epoca napoleonica. Nel 1444 l'abbazia era goduta dal cardinale e commendatario Antonio Correr, il quale, per frenarne la decadenza economico-spirituale, la concesse agli Olivetani, monaci noti per il loro dinamismo e la severità dei costumi. Questo cambiamento procurò a Sorgà notevoli vantaggi; in particolare frequenti furono i restauri effettuati agli edifici più antichi. Forse si deve proprio ad uno di questi interventi se la chiesa, l’undici novembre 1494, fu riconsacrata da monsignor Antonio Zio suffraganeo del vescovo di Verona cardinale Giovanni Michiel.

Il Cinquecento fu un secolo di rilievo per i felici mutamenti artistici avvenuti nell'antica pieve. Il 10 luglio 1505 i monaci la dotarono di una pala d'altare opera di Francesco Morone, cooperatore e valido erede del padre Domenico: «a Mistro Francesco depentor ducati dui per l'anchona de Sorgà».

L'aumento della popolazione ed il vivo desiderio di rinnovare, particolarmente sensibile negli Olivetani, fu causa della radicale trasformazione del tempio. Nel 1534 il padre Bartolomeo Martini da Verona abate di Santa Maria in Organo ed il confratello Innocenzo Comparetto, pure veronese, cellerario (ossia amministratore) dell'abbazia, si accordarono col maestro muratore Zuane Antonio Busato «de la contra’ de Santo Apostolo» per dare inizio al rifacimento di Santa Maria di Sorgà.

Due inediti documenti permettono di conoscere le modalità ed i compensi pattuiti per i lavori. Nel primo documento, sono stabiliti lo spessore dei muri, l'erezione della «volta de la capela» (probabilmente l'arco trionfale) ed i fregi (la «chornisa») per ornare il sottotetto e la predetta «volta». Si fa pure obbligo a M° Zuane Antonio di intonacare e imbiancare la nuova costruzione.

Stabilito il compenso (grosi dexe per oni pertega quadra), gli esponenti dell'abbazia si impegnavano ad elargire al costruttore sopra oni mercato e per umanità e zentileza un carro di vino e tre minali di frumento nonché tuta la roba che andarono in deti muri. Questa clausola sottintende, probabilmente, che gli Olivetani avrebbero fornito (come ci è noto per altre costruzioni da loro fatte erigere) i materiali da costruzione: mattoni, calcina ecc.

Nel secondo documento, datato 19 ottobre 1534, l'abate Bartolomeo stipulava un altro accordo con M° Zuane Antonio per la costruzione e relativa posa in opera del nuovo tetto della chiesa e quello della sagrestia (l'abbazia avrebbe fornito il legname necessario) e la copertura con tegole. Per questi lavori il costruttore avrebbe ricevuto ducati 17 e mezzo da grossi 31. Doveva inoltre procedere a ricoprire il campanile in quanto, evidentemente in conseguenza delle maggiori dimensioni raggiunte nella rinnovata chiesa, l'antico doveva apparire troppo meschino per cui si era reso pure necessario il suo rifacimento.

Le campane attendevano di essere issate sulla nuova cella campanaria in modo che comodamente se posa sonar. L'opera doveva essere giudicata da omeni degni et experti.

Le due scritture furono stese da Giorgio de Rigiti, fattore del monastero, alla presenza di testimoni.

Chi diede il progetto della chiesa? Il solo costruttore? Si ritiene che non sia rimasto del tutto estraneo l'abate Bartolomeo Martini, uomo allora assai famoso per la profonda conoscenza della matematica e della geometria. Ne risultò l'edificio quale si può osservare oggi, almeno nelle sue linee esteriori: lo stile sobrio richiama il romanico -nonostante si fosse in piena epoca rinascimentale - a pianta centrale con il profilo a capanna e archeggiature semplici e solenni. Il portale d'ingresso reca scolpiti gli stemmi dell'Ordine olivetano (tre monti sormontati da una Croce con ai lati rami d'ulivo) e dell'abbazia (un organo).

Compiuta la ricostruzione, l’interno (in particolare l'abside) fu affrescato da Maestro Agostino «depentor», il padre di Domenico Brusasorzi, come prova il pagamento a lui effettuato nel 1536 da Fra’ Andrea da Verona, l'Olivetano che per conto dell'abate governava in quel tempo il feudo di Sorgà.

M° Agostino, attivo nella prima metà del XVI secolo, si distinse anche come miniatore, pittore ad olio e restauratore di pale d'altare. Oggi purtroppo dei dipinti a Sorgà di questo Maestro ben poco rimane, causa l'impietoso lavoro di martello di uno zelante muratore, eseguito probabilmente agli inizi del Novecento, allorché si rinnovò il presbitero.

Recenti restauri hanno riportato alla luce i resti di una «Natività della Vergine» (il tempio è appunto dedicato a Santa Maria Nascente, devozione particolarmente diffusa fra gli Olivetani) e un ameno «paesaggio» che richiama nello stile alcuni di quelli dipinti ad olio sugli armadi della sagrestia di Santa Maria in Organo dovuti al pennello di M. Agostino.

In occasione della vendita del feudo di Sorgà ai conti Murari (1571), l'abate di Santa Maria in Organo si riservò la giurisdizione spirituale sulla parrocchia e la facoltà di nominare i parroci. Nulla poteva avvenire nella chiesa senza il suo consenso quale rappresentante del Patriarca di Aquileia alla cui diocesi, anziché a quella veronese, Sorgà apparteneva. Valga l'esempio come, allorché la Compagnia del SS. Sacramento desiderò costruire sul lato destro della chiesa un oratorio dove poter riunirsi, inviò supplica, nel "secondo decennio del XVIII secolo, al conte-abate di Santa Maria in Organo, don Ambrogio Verità Poeta da Verona, per ottenere il consenso.

Il Prelato, in data 15 marzo 1720, lo accordava stabilendo però delle precise condizioni: la costruzione doveva essere fatta a spese dei confratelli, non doveva oltrepassare in altezza la facciata della chiesa, vi fossero aperte due sole finestre ed un «occhio»; I'ultima clausola (dimostratasi assai sgradita) ordinava di aprire l'ingresso solo all'interno della chiesa in corrispondenza del luogo dove allora si trovava il battistero che sarebbe stato trasportato più oltre, verso l'altar maggiore. Si può ritenere molto probabile che i Confratelli riuscissero a far annullare quest'ultima disposizione limitativa al libero svolgimento delle loro riunioni; infatti, nella facciata dell'oratorio si può oggi notare una porta tipicamente settecentesca.

E’ stato formulato l’augurio affinché dall'interno della chiesa sia tolto il poco estetico soffitto, che cela il tetto a capanna nonché il timpano dell'arco trionfale su cui è affrescato il «Padre Eterno in gloria», riportando - per quanto possibile - alle linee originali questa antica e poco conosciuta chiesa delle basse veronesi.
Fonte: Vita Veronese - 3-4/1973

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