Teatro Romano - Verona

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Teatro Romano

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Rigaste Redentore, 2 - Verona Orari: 8,30-19,30 - lunedì 13,30-19,30 – orario ridotto durante le giornate di spettacolo Ingresso a pagamento.
L'edificio teatrale sorge sulle pendici meridionali del colle di San Pietro e rientra nell'ambito di una completa monumentalizzazione dell'area, che era compresa tra un ricco quartiere residenziale, l'attuale Borgo Tascherio, e a sud-est, l'attuale piazzetta Martiri della Libertà, dove sorgeva un edificio identificato con un odeon, simile ad un teatro, ma coperto e riservato ad audizioni musicali.

Il teatro rimane uno dei più grandiosi complessi scenografici dell'Italia settentrionale: dalla sua posizione eminente di fronte all'ansa dell'Adige si può cogliere la città in tutta la sua estensione. La coordinazione dell'impianto teatrale con il reticolato urbano, di cui costituisce una coerente conclusione monumentale, lascia pensare all'antichità del suo progetto iniziale, risalente alla metà del primo secolo 1 a.C. Lo dimostrano, infatti, il parallelismo tra l’edificio scenico e il cardine massimo e l'impianto scenografico del teatro compreso tra il ponte Pietra e il ponte Postumio.

L'edificio teatrale è separato dall'alveo dell'Adige da un muraglione costruito in blocchetti regolari di tufo ricavato dal colle stesso, che fungeva da cava. I resti del muraglione sono conservati a vista dietro i cinque archi lapidei (che si aprono in riva all’Adige, nei muraglioni in cotto del 1890, ai piedi del teatro. L'edificio è separato dal colle da una profonda intercapedine che lo isola dall'umidità e dall'infiltrazione delle acque. Questa è tagliata nella roccia sul semicerchio massimo della cavea (18 mt di profondità per 2 mt di larghezza), è divisa in tre segmenti di oltre quaranta mt di lunghezza, di cui quello centrale è parallelo all'edificio scenico, mentre i due laterali si piegano a convergere verso il fiume.

Il teatro ha un diametro di 150 mt compresi i quattro archi ciechi che ad occidente e ad oriente delimitavano le piazzette laterali, cioè verso vicolo Botte e verso piazzetta Martiri. Nel senso della profondità la misura massima delle strutture conservate è di 71 mt. Sono invece 107 mt se calcoliamo dall'arginatura dell'Adige fino al muro dorsale della seconda terrazza, perché in antico costituivano un tutto unitario, compresa la strada, cioè Regaste Redentore, oggi scorporata dal monumento.

Il complesso teatrale si articola su diverse quote che raggiungono, dalla riva dell’Adige fino al piano della terza terrazza, un dislivello di 50 mt, che diventano più di 60 se consideriamo la spianata superiore, occupata attualmente da Castel San Pietro, dove sorgeva un tempio. Il teatro è costituito dall'edificio scenico, dall'orchestra, dalla cavea, appoggiata secondo la tradizione greca alla collina (come pure gli edifici teatrali di Pola, Trieste e Brescia), da un doppio ordine di gallerie e da tre terrazze con funzione d’elemento di raccordo con la sommità del colle, dove nel 1851 durante gli scavi per la costruzione della caserma austriaca furono trovate le tracce del tempio dedicato ad una divinità non individuata.

La restituzione del teatro allo stato attuale si deve ad Andrea Monga (1794-1861), facoltoso commerciante che si dilettava d’archeologia. Egli acquistò l'area interessata dal monumento antico e tra il 1834 e il 1844 vi compì scavi per arrivare a conoscere la sua forma originale. Monga, dopo aver demolito trenta case che insistevano sull'area, iniziò gli scavi dalle terrazze: scoprì e ripulì l’intercapedine, ritrovò all'interno del convento dei Gesuati i resti dell’ambulacro, riportò alla luce i due scaloni laterali e parte della cavea, ritrovò le strutture dell'Odeo; individuò la funzione di raccordo tra le precinzioni della scala posta nella grotta di San Siro. Nel 1904 l'area del teatro fu acquisita dal Comune e i lavori di scavo proseguirono nel 1904-1905 con Ricci e Ghirardini, che restituirono l'intera cavea e fino al 1914 a cura dell'Ufficio Tecnico Municipale.

Ricomposta la prima gradinata, furono ricostruite le dieci arcate della loggetta (1912) e un arco dell'ordine ionico (1914).

Sotto la direzione di Antonio Avena, che nel 1924 aveva trasferito il Museo archeologico nell'ex convento dei Gesuati, fu scavata la fossa scenica (1938-1939), furono demolite le case ancora esistenti verso piazzetta Botte (1931-1935) e a fianco di Santa Libera. Negli anni 1970-1971 ebbe più precisa definizione la fossa scenica ad oriente, anche per la scoperta della galleria sottostante il proscenio.

Rimane solo un terzo della struttura muraria in elevazione (29 mt ca.) perché l'edificio scenico eguagliava in altezza la cavea con il suo coronamento, per cui il teatro si configurava come una struttura chiusa, come un edificio privo della copertura del tetto. Tale struttura era costruita in blocchi quadrati di tufo che dovevano essere rivestiti di lastre di marmo oppure da un grosso intonaco con superficie marmorizzata. La scena ha un'estensione di 71,50 mt; tolti i due parasceni laterali, restano 59,50 mt per il palcoscenico, che, secondo il canone vitruviano, è quasi il doppio del diametro dell'orchestra. Il parascenio orientale è inglobato nella casa Fontana ed è utilizzato a come ingresso-portineria del Teatro. Il parascenio occidentale, abbastanza conservato, perpendicolare al palcoscenico, era diviso in due stanze utilizzate per gli apprestamenti scenici e dagli attori, che accedevano alla scena tramite una porta posta nella stanza più interna. Questa era collegata con una scala interna ai piani superiori, mentre una scaletta esterna di quattro gradini unisce la stanza alla massicciata su cui insiste l'edificio scenico. Tra i due parasceni si conserva solo la metà occidentale del frontescena. Questo è costituito da una stanza quadrata e da una stanza lunga e stretta che si aprono sul palcoscenico mediante due porte rettangolari; un terzo ambiente di forma irregolare si apre al centro del palcoscenico con una gran nicchia curvilinea. Lo stesso andamento si ripeteva simmetricamente sul frontescena orientale.

Nelle rappresentazioni teatrali il fondale in muratura costituiva uno spezzone di città con le sue case, da cui entravano ed uscivano gli attori delle commedie di Plauto e Terenzio; la porta con andamento circolare, detta porta "regia", era riservata ai personaggi di maggiore importanza, mentre dalla "porta ospitale", quella rettangolare, entravano per convenzione mercanti, contadini e altri personaggi provenienti dalla campagna.

E' completamente perduto il muro posteriore alla scena che guardava verso la città e si elevava scandito dalla trama decorativa degli ordini architettonici, quello tuscanico, quello dorico, e quello con capitelli a sofà su semicolonne. Tra il prospetto architettonico e il fondale scenico lo spazio era diviso almeno in quattro ambienti rispetto all'asse mediano dell'edificio. L'andamento della scena era movimentato da un colonnato su tre ordini, mentre forse le figure di kore in posizione frontale, conservate nella portineria del Teatro, erano collocate entro nicchie ad ornamento della scena teatrale. Il palcoscenico era coperto da un tetto ad una sola falda ornato da antefisse fittili a palmetta, di cui sono stati trovati resti nel corso degli scavi nell'area teatrale.

L’orchestra è lo spazio semicircolare compreso tra il palcoscenico e la gradinata ed è pavimentato di marmi colorati diversi. Sotto il primo gradino corre il fossato coperto da lastre in pietra per la raccolta delle acque piovane che confluivano in Adige.

Una balaustra, probabilmente ornata da elementi decorativi, separava l'orchestra da una tribuna con una serie di posti d'onore riservati alle personalità eminenti. Questa era collocata in asse con la cavea, aveva la fronte di circa 4 mt ed era profonda 2,40 mt e si può ipotizzare che tale balaustra fosse ornata dalle volute a testa d'ariete con satirello inginocchiato visibili nella portineria.

Nel teatro greco lo spazio dell'orchestra era riservato al coro e ai movimenti di danza accompagnati dalla musica che sottolineavano le rappresentazioni tragiche, mentre la presenza di un altare richiamava la funzione religiosa del teatro. Nel teatro romano alla funzione religiosa si affiancò l'esaltazione del potere politico, per cui non è escluso fosse presente una statua imperiale.

Non è adesso avvertibile la stretta unità che legava la cavea all'edificio scenico, elemento peculiare del teatro romano, perché sono crollate le volte che ricoprivano i corridoi che davano accesso ad oriente e ad occidente all'orchestra. Si pensa che tali accessi, detti cryptae, fossero coronati, al loro affacciarsi sull'orchestra, da logge con funzione di palchi d'onore, detti tribunalia, arricchiti da elementi decorativi.

Possiamo rintracciare alcuni elementi superstiti di questo raccordo nel settore orientale dove sussiste una muratura in blocchi di tufo e pietra, scanditi esternamente da una successione di nove semicolonne lisce, che delimita verso l'interno il corridoio scoperto, parodos, e verso l'esterno un'area marginale all'edificio scenico.

In quest'area fuoriesce la galleria sotterranea, cripta, alta 2 mt, che passa sotto il parascenio e raggiunge la fossa scenica, posta a 3,45 mt sotto il livello dell'orchestra e utilizzata per creare effetti scenici. E' probabile che da quest'area si accedesse tramite scalette sia alla galleria sotterranea sia al palcoscenico.

La fossa scenica è divisa in due fossati distinti: il primo comunica appunto con le cryptae, il secondo più stretto accoglieva i sostegni del sipario. Con un sistema di pali rientranti a cannocchiale, alloggiati nelle pietre quadrangolari, di cui ne restano quattro, con fori quadrati in diagonale, il sipario veniva abbassato all'inizio dello spettacolo e sollevato alla fine.

L'intero impianto di parodos e cripta si deve pensare completasse simmetricamente l'edificio scenico ad occidente.

La cavea era la parte destinata agli spettatori che sedevano sulle gradinate di pietra a sviluppo semicircolare (diametro 108 mt). La gradinata era divisa in sei cunei da cinque scalette in pietra rossa di Sant'Ambrogio, i cui gradini hanno una pedata dimezzata rispetto a quella della gradinata e sono stati integrati da mattoni rossi che recano impressa la data 1907. Tale suddivisione in settori permetteva una più agevole distribuzione del pubblico sulle gradinate.

La gradinata in pietra bianca della Valpolicella non posa completamente sul pendio del colle e nella parte laterale, dove manca il supporto del terreno, a questo scopo vennero eretti dei muri radiali collegati da volte a botte, su cui appoggiavano i gradoni.

Sul lato orientale tre volte sono cadute e si conservano ancora due volte sotto la chiesa dei Santi Siro e Libera (edificata nel IX secolo d.C.); sul lato occidentale due sono crollate e due rimangono. Sotto queste volte, chiamate con termine medioevale arcovoli, sono ora conservate delle iscrizioni latine provenienti dalle collezioni di L. Moscardo e di M. Smania. La cavea era divisa da passaggi orizzontali o recinzioni in tre settori che prendevano il nome di meniani, primo, secondo e terzo.

Il primo meniano conta ventitré gradini; in origine erano forse venticinque. Alla precinzione, situata a quota 9,15 mt dal livello dell'orchestra il cui piano di calpestio è largo 1,87 mt (è il corridoio delimitato dalla siepe d’oleandri), si accedeva per mezzo di scale laterali e, tramite cinque porte rettangolari, che si aprivano sulla parete dorsale, si scendeva sulla gradinata. AI di sopra di questa parete (alta circa 3 mt) partiva la gradinata del secondo meniano, che contava dodici gradoni, che non sono stati ricollocati. La recinzione del secondo meniano è stata individuata alla quota di 15,60 mt sopra il piano dell'orchestra, quota che si raggiunge dalla prima precinzione, a sinistra, passando sotto due muri radiali voltati, che sostenevano la seconda gradinata, tramite due rampe di scale fino al terrazzo protetto da ringhiera Non visibile al pubblico è la "grotta di San Siro", situata alle spalle della chiesa di Santa Libera e costituita da due vani divisi da una porta architravata (lu. 7,40 mt, la. 1,59 mt).

Nel secondo vano restano le tracce di una scala di dodici gradini che permettevano di raggiungere la seconda precinzione. I due vani erano alti mt 5,50 al colmo della volta, la metà della quale risultava dietro la massicciata del secondo meniano, mentre la metà superio- re emergeva dalla quota della seconda recinzione. In sostanza si raggiunge la quota di 19,34 mt, su cui s’imposta il residuo dell’"ambulacro" o portico coperto che coronava la cavea.

Un settore lungo una cinquantina di metri del muro di schiena dell'ambulacro si conserva all'interno dell'ex convento di San Gerolamo, compresa una porzione della volta ribassata che è sufficiente per misurarne la curvatura e lo spessore di 45 cm. L'ambulacro aveva un piano di calpestio di 2,95 mt e un'altezza di 2,30 mt: aveva probabilmente funzione di raccordo con un altro ambiente, collocato più in alto e si pensa che si aprisse sulla cavea con una serie di finestre rettangolari.

Della galleria sovrapposta all'ambulacro e alta 5,10 mt resta un ambiente intagliato nel tufo della collina, lungo 11 mt, largo 4,80 mt e alto 5,05 mt; essa si allargava nel settore centrale, lungo 27 mt e largo 4 mt, mentre lateralmente aveva la stessa larghezza dell'ambulacro. Si ritiene che gli archetti, coi quali nel 1912 fu ricomposta la loggetta (in cima alla scalinata che porta all'ingresso del Museo - Sala delle iscrizioni), fossero collocati sulla fronte della galleria con la quale si raggiungeva la quota di 27,30 mt sul piano dell'orchestra.

All'interno di tali archetti sono incisi i nomi delle famiglie abbienti, come i Gavi, gli stessi dell'arco sulla Via Postumia, ora a fianco di Castelvecchio, che contribuirono con la loro munificenza alla costruzione del teatro.
Per meglio osservare le strutture originali del teatro, portiamoci ad oriente (a destra uscendo dalla portineria). Qui si conservano per tutta la loro altezza, i muri radiali di sostegno della cavea. Questi muri, in conglomerato cementizio rivestiti da un paramento di tufelli rettangolari, in testa s’ingrossano e formano un pilastro. La prima parte del pilastro è a blocchi di pietra bianca, la parte in elevato è in tufo e così pure la semicolonna liscia, d’ordine tuscanico senza base, collocata sulla linea mediana del pilastro. L'ordine tuscanico del teatro raggiungeva la quota della prima precinzione a 9,15 mt sul piano dell'orchestra.

Si conserva anche la rampa dello scalone che aggira la cavea alla schiena portando gli spettatori alla prima e alla seconda precinzione e quindi alla prima e alla seconda gradinata. La scala ha un'alta volta di copertura che raggiunge, con la terrazza sovrastante, la quota di 11 mt sul piano dell'orchestra. Osservando il fianco orientale del teatro ci si fa un'idea del motivo dei terrazzamenti, ossia dell'inserimento graduale del teatro sul fronte della collina. Spostandoci ad occidente possiamo osservare alcune strutture appartenenti all'ordine ionico. Dopo aver superato le tre rampe di gradini dello scalone occidentale fino all'altezza della prima precinzione, alla quota di 11,30 mt, troviamo un'arcata dell'ordine ionico ricostruita nel 1914. Da notare il capitello ionico, di cui si conservano altri otto esemplari, e la chiave d'arco a forma di testa di toro. Altri tre esemplari sono stati collocati nel 1975 su piloni d'acciaio davanti agli arcovoli.

In corrispondenza dell'ambulacro e della galleria, raggiunti da due successive rampe di scale di quattordici e di quindici gradini, si elevava un terzo ordine costituito da un paramento pieno, scandito da lesene sostenute da un plinto e terminanti con capitello a sofà. Quest’ordine portava il paramento esterno del teatro a 28 mt fino a raggiungere la quota della prima terrazza.

Completano il grandioso complesso monumentale tre terrazze lunghe almeno 124 mt: la prima, profonda 23 mt è occupata dalle strutture del convento quattrocentesco e conserva i resti di una grotta intagliata nel tufo, forse in sostituzione di un tempietto, che assolveva alle funzioni di culto, che erano strettamente connesse a quelle dello spettacolo. La seconda terrazza, a 6,50 mt sopra la prima e profonda 1,50 mt, è da considerare piuttosto un elemento di raccordo con la terrazza superiore. La parete a monte è rivestita da blocchetti di tufo rettangolari disposti in modo da formare un reticolo, opus reticulatum, o disposti orizzontalmente, opus vittatum, che creano delle campiture architettoniche. Rimane la parte occidentale del paramento costituito da un nicchione semicircolare e da una successione di sei specchiature, scandite da semicolonne con capitelli tuscanici, cui segue un nicchione semicircolare. Se pensiamo tale successione di campiture simmetricamente capovolta sulla metà orientale essa presenterebbe uno sviluppo lineare complessivo di 126 mt L'ultima terrazza posta a 41 mt dal piano dell'orchestra, ha una larghezza di 7 mt ed è conclusa a monte da una parete alta 5 mt Anch'essa è rivestita da un paramento di blocchetti rettangolari di tufo, scandito da un nicchione tra due semicolonne, con capitello tuscanico, e da gruppi di quattro finestre e una porta inquadrati sempre da semicolonne.

La sommità del colle era conclusa da una spianata su cui era edificato un tempio.

Una serie d’elementi di carattere tecnico: l’uso del tufo, dell'opus reticulatum e dell’opus vittatum, l'impiego di materiali edilizi diversi, la tipologia delle protomi taurine della decorazione, la forma della scena, inducono a datare l'impianto teatrale al terzo quarto del primo secolo a.C. I lavori furono ripresi alla metà del primo secolo d.C., mentre un intervento di carattere decorativo fu effettuato nei primi decenni del secondo secolo d.C.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1994

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