Tomba di Giulietta - Verona

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Tomba di Giulietta

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Via del Pontiere, 35 - Verona Orari: 8,30-19,30 - lunedì 13,45-19,30 Ingresso a pagamento.
Sia nelle prime stesure sia nella più celebre versione shakespeariana, la tragedia di Giulietta e Romeo e del loro infelice amore ambienta i suoi momenti-chiave in due luoghi ben precisi. Casa Capuleti, innanzi tutto, teatro della festa che vede il primo incontro tra i due rampolli delle nobili famiglie nemiche, lo scoccare del colpo di fulmine, il romantico colloquio al balcone e, dulcis in fundo, l'appassionata notte d'amore interrotta solo dal canto dell'allodola. Ma non è meno importante il luogo in cui tutta Verona accompagna il feretro di Giulietta, fattasi credere morta per evitare il matrimonio combinato per lei dal padre, ignaro delle già avvenute nozze con Romeo.

Qui, nella tomba di famiglia dei Capuleti, il dramma troverà il suo compimento: la morte per veleno di Romeo, ignaro della messinscena, e il finale suicidio di Giulietta che, affondatosi il pugnale nel petto, si lascia cadere sul corpo dell'amato.

A Verona, la città che amorevolmente custodisce il mito dei due innamorati, entrambi i luoghi della leggenda hanno preso corpo e vita, costituendo ormai da quasi due secoli la meta dell'incessante pellegrinaggio di turisti provenienti da ogni parte del mondo. E se casa Capuleti ha trovato posto in un edificio duecentesco sito a metà della centralissima Via Cappello, la tomba di Giulietta rivive tra le mura dell'antico ex-convento di San Francesco al Corso, appena fuori quelle mura oltre le quali, per l'esiliato Romeo, "non c'è più nulla all'infuori del purgatorio, della tortura e dell'inferno stesso".

Tuttavia, nonostante l'antichità del sito che la ospita (il convento, già dei frati Cappuccini, risale al XIII secolo), la tomba di Giulietta, così come la vediamo ora, data appena al 1937. In quell'anno, l'allora responsabile dei musei veronesi Antonio Avena, autore anche del rifacimento in stile della casa di Via Cappello, decise infatti di dare un nuovo volto, più corrispondente alle romantiche attese dei turisti, al luogo identificato come sede della sepoltura dell'eroina shakespeariana.

Nell'orto dell'ex convento giaceva da decenni, forse addirittura da secoli, un antico sarcofago di marmo rosso. Non un abbeveratoio, o una vasca come in molti hanno scritto, ma proprio un avello, magari adattato ad altri usi in un secondo tempo, e forse risalente all'età romana. Privo di coperchio, completamente vuoto, il sarcofago fu identificato come sepoltura della bella Giulietta già al principio del secolo scorso, nonostante il racconto volesse non solo la fanciulla, ma entrambi gli innamorati posti a riposare accanto in una stessa tomba, per volontà pacificatrice delle rispettive famiglie.

D'altronde, leggenda e razionalità hanno poco a che spartire: e così, fin dai primi anni dell'Ottocento l’avello divenne meta del pellegrinaggio d’illustri visitatori, che contribuirono a diffondere sempre più il mito di Giulietta e dei suoi luoghi.

A raccontare il suo omaggio a questo tempio dell'amore fu innanzi tutto Madame de Stael, una delle prime, grandi esponenti del nascente movimento romantico. Dopo di lei, fu il poeta inglese George Byron a celebrare con parole commosse il sepolcro della giovane Capuleti: "II sarcofago di Giulietta, semplice, aperto - scrisse infatti - con foglie appassite intorno, nel vasto e desolato giardino di un convento, è triste come fu triste il suo amore. Ho portato via alcuni pezzetti per darli a mia figlia e alle mie nipoti".

Anche un'altra celeberrima visitatrice, Maria Luisa d'Austria, vedova di Napoleone, non resistette alla tentazione di fare suo un pezzettino di quel malinconico giaciglio. A Verona nel 1822, l'ex imperatrice rimosse alcune schegge di pietra dalla tomba, e le fece poi incastonare in oro, per sfoggiare una parure composta di collana e orecchini. Il mito di Giulietta e della sua tomba si era diffuso ben oltre i a confini dell'Italia: negli stessi anni, il drammaturgo tedesco August di Kolzebue raccontava di aver visto, a Vienna, il coperchio del sarcofago, che l’arciduca Giovanni gli aveva detto di aver personalmente trasportato da Verona.

Già nel 1820, d'altronde, Giambattista da Persico così scriveva, nella sua Descrizione di Verona: "Dovrò io eccitare il curioso forestiere di recarsi all'Orfanotrofio delle Franceschine a vedervi quel monumento che tanto romore desta negli oltremontani, e nelle anime gentili, tanta compassionevole rimembranza?". Ma il Da Persico non taceva di biasimare la già citata, disdicevole abitudine di portarsi via, a mo’ di souvenir, frammenti del sarcofago, e lamentava anche la poca cura che i Veronesi avevano del sito: "Incresce purtroppo - continuava infatti - alle anime di dolce tempera il vedere quell'arca esposta al suo disfacimento, sminuendosi tutto il dì dal levargliene pezzetti per farne gioielli. Cosa che d'altra parte - concludeva con sincerità -solletica l’amor proprio".

Negli anni che seguirono, molti illustri turisti visitarono la tomba di Giulietta. Dopo Antoine Claude Valéry, che ne racconta nel suo Voyages historiques et littéraires en Italie, pendant les années 1826-28, è il poeta tedesco Heinrich Heine a descrivere una toccante visita all'antico convento, e precisamente "all'antica cappella dove, secondo la tradizione - come nota nel suo Reisebilder, del 1828 - l'infelice coppia fu unita. Trovai in questa cappella una donna solitaria, povera debole creatura, pallida da far pena che, dopo essere rimasta lungo tempo in ginocchio a pregare, mi guardò sorpresa con i suoi occhi malati e tranquilli, allontanandosi curva sotto il peso della stanchezza".

Sicuramente meno poetica la descrizione della tomba data dal romanziere inglese Charles Dickens che, pur avendo trovato splendida Verona, restò assai deluso dai luoghi shakespeariani. Così infatti racconta, nelle Pictures from Italy (1846), la sua visita al sepolcro di Giulietta: "Entrai da un cancello sgangherato apertomi da una donna con gli occhi vivaci, che faceva il bucato, e guidato da lei percorsi alcuni viottoli lungo i quali crescevano piante verdi e fiori freschissimi di bellissimo effetto. Ad un tratto mi s’indicò una specie d’abbeveratoio, che la donna con gli occhi vivaci, asciugandosi le braccia col fazzoletto, chiamò la tomba di Giulietta la sfortunata. Nonostante la migliore disposizione d'animo del mondo, non potei far di più che credere che la donna con gli occhi vivaci credesse a ciò che mi diceva".

Più consolante la lettura di Alfred de Musset che, nelle pagine del suo Voyage pittoresque en Italie del 1847 descrive con toni commossi il luogo del dramma finale: "Se voi amate Shakespeare -suggerisce infatti - non partite da Verona senza gettare un fiore sulla tomba di Giulietta. In questo secolo in cui l'amore non fa più vittime, la deliziosa fanciulla, della quale la morte ha fornito il soggetto del dramma più commovente e appassionato, merita almeno un ricordo. La guerra civile dei patrizi di Verona s'è spenta, come pure la potenza degli Scaligeri; ma gli amori dei due poveri giovani vivono ancora in tutte le memorie, e vi rimarranno finché vivrà la poesia".

A tanto sentimento, purtroppo, non corrispondeva un'adeguata cura del sito. Abbiamo già ricordato il lamento del Da Persico, datato 1820, che concludeva le sue note sulla tomba di Giulietta promettendo che "in più sicuro e convenevol luogo sarà fra poco riposta". Purtroppo, il suo pronostico non trovò riscontro. Il sarcofago rimase infatti pressoché abbandonato nell'orto dell'ex convento ancora per decenni: anzi, dopo il 1848 (anno dell'abbandono di chiesa e complesso da parte delle Franceschine) esso fu completamente lasciato a se stesso, finché non intervenne la Congregazione della Carità, che lo pose al riparo sotto le volte dell'ormai cadente, antico chiostro.

Finalmente, nel 1898, il Consiglio Comunale stabilì di far assumere al sito un aspetto più decoroso, e le cose migliorarono ancora nel 1910, quando fu inaugurata, lì accanto, l’erma di William Shakespeare.

Correva l'anno 1937. Già da un quinquennio, Antonio Avena meditava di dar vita ad un museo shakespeariano che celebrasse la leggenda che tanta fama aveva dato a Verona. Lo testimoniano alcuni documenti oggi conservati nell'archivio dello storico veronese Pierpaolo Brugnoli: sono bozze di lettere, ipotesi e disposizioni, e soprattutto (in data 1932) lo statuto di una mai nata "Società del museo Giulietta e Romeo". Scopo dell'associazione, recita la bozza, opera dello stesso Avena, "raccogliere, conservare, esporre ed illustrare in uno speciale museo tutto quanto nel campo delle lettere, dei costumi, e delle arti belle ha avuto ed abbia riferimento alla leggendaria vicenda degli amori di Giulietta Cappelletti e Romeo Montecchi".

Il Comune, sempre secondo lo statuto, avrebbe affidato all'associazione sia le case sia la tomba dei due innamorati: la società se ne sarebbe assunta "la piena e diligente manutenzione, coll'apertura al pubblico (gratuita in alcuni giorni della settimana) e coll'illustrazione gratuita periodica del museo mediante conferenze, lezioni, concorsi storici, letture e simili". Escluso ogni scopo di lucro: tutti i proventi, continua il documento, sarebbero stati reinvestiti nel museo, per la sua conservazione e l'accrescimento delle sue collezioni.

Il progetto non andò mai in porto. In compenso, di lì a pochi anni fu un altro importante avvenimento a dare la spinta definitiva alla trasformazione del luogo che accoglieva la tomba di Giulietta: il soggiorno veronese della troupe della Metro Goldwin Mayer, il colosso cinematografico statunitense, allora alla ricerca delle ambientazioni ideali per il suo nuovo colossal, appunto Giulietta e Romeo. Consulente dei cineasti americani fu proprio Antonio Avena.

Come è noto, il film, con la regia di George Cukor, protagonisti Norma Shearer (Giulietta), Leslie Howard (Romeo) e John Barrymore (Mercuzio) non fu affatto girato a Verona: anzi, pur prendendo spunto dal loro soggiorno sulle rive dell'Adige, gli scenografi hollywoodiani crearono una città del tutto fantastica, fatta di piazze dove campeggiano assieme la Basilica di San Zeno, la Berlina di Piazza Erbe e il relativo mercato. Per tacere del balcone di Giulietta che, lungi dall'assomigliare all'attuale (del resto sistemato in un loco solo diversi anni più tardi, sempre per volontà di Avena), era invece copia precisa del pulpito del Duomo di Siena.

Nonostante questo, lo straordinario successo della pellicola (uscita nel 1936), dovette far immaginare ad Avena un imminente, corposissimo afflusso di turisti a Verona, tutti alla ricerca dei luoghi così ben descritti nel film. Qui, però, la scena finale del doppio suicidio non era ambientata nel chiostro di un convento, ma in una cripta. Fu probabilmente sulla scia della scelta cinematografica che la direzione dei musei decise di dare al sarcofago una cornice di maggiore suggestione.

Avena chiese e ottenne dalla Soprintendenza l'autorizzazione per realizzare un nuovo, e più decoroso accesso al chiostro. Ma non si limitò affatto a questo: trasferì la tomba - come scrisse Alfredo Barbacci, allora Soprintendente - "in due vani sotterranei d'ignota destinazione, probabilmente cantina, camuffati a imitazione di cripta".

Non era ancora tutto: dopo la guerra (che portò gravissimi danni alle strutture dell'ex-convento, che in parte patisce tuttora le conseguenze) ancora Avena abbozzò una proposta di "servizi turistici" alla tomba di Giulietta, delineando un efficace progetto di sfruttamento turistico del sito. Il tutto, in risposta a Vicenza, "rea" di aver tentato di far danari grazie ai castelli di Montecchio Maggiore, nel vicentino, dove si volle vedere la vera dimora dei due giovani, cantati per la prima proprio da un vicentino, Luigi Da Porto. Se lo aveva fatto Vicenza, si legge tra le righe del progetto, a maggior ragione avrebbe dovuto farlo Verona: ecco quindi la proposta di organizzare "ospitalità con servizi di ristoro" nei pressi della celebre Tomba.

Se pure l'idea non fu realizzata nel suo complesso, certo è che oggi, la tomba di Giulietta è la sede deputata alla celebrazione dei matrimoni civili. Ci sono persino coppie che vengono apposta dall’estero per coronare il loro sogno d'amore là dove Romeo e Giulietta videro infrangere il proprio.

E sempre qui, nell'antro illuminato da alte finestre gotiche dove il vuoto avello attende il romantico tributo dei visitatori, è nata una singolare quanto suggestiva tradizione: l’abitudine di indirizzare missive d'amore a "Giulietta, Verona". Prima qualche poetico volontario, oggi un'intera squadra di segretarie, si occupa di raccogliere questi messaggi e di dare risposta. Perché la storia di Giulietta è leggenda, ma le pene d'amore che affliggono uomini e donne di ogni continente sono una realtà.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1995

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