Torre Abbaziale di San Zeno - Verona

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Torre Abbaziale di San Zeno

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Come già ebbero ad osservare Pierpaolo Brugnoli e Gloria Maroso, il torrione che si eleva sul lato sinistro della piazza, di fianco alla basilica di San Zeno, è solida e squadrata costruzione in cotto coronata da merli ghibellini, nei cui fianchi si aprono relativamente piccole finestre ad arco.

La torre, tutta in laterizio stillato, include, oltre al piano terreno che oggi serve da studio dell'abate, altri quattro piani con soffitti a volta, tranne il penultimo a soppalco e l'ultimo con tetto. Pressoché impraticabile, essa era stata in tutti questi ultimi decenni dimora esclusiva di piccioni che, penetrando dalle finestre prive d’infissi e spesso anche di reti metalliche, vi hanno nidificato assolutamente indisturbati, provocando tutti quei danni che è possibile immaginare.

Della torre si troverebbe già menzione in due documenti del 1169 rogati "prope turrim monasterii", sempreché si tratti di questa e non d’altra costruzione che la precedette, nello stesso posto o comunque nell'ambito dell'abazia. Ma se con ogni probabilità la torre fu costruita in due tempi, ecco allora che potremmo riferire al secolo XII la parte più bassa dell'edificio e al secolo successivo la parte più alta. Di quest’opinione è tra gli altri anche il Da Lisca che da un esame delle murature poté rendersi conto di come esse ci mostrino due momenti edificatori distinti.

Così, infatti, egli scrive: « La murattura continua tutta dello stesso tipo da terra ai davanzali del terzo piano; più in alto cambia la qualità e il colore del laterizio che è più chiaro. Nelle due parti sono differenti i caratteri delle fenestre; in basso archi di tufo; in alto archi di solo cotto. Si noti ancora che poco sotto la linea di divisione delle due parti, nella faccia a mezzodì presso l'angolo a sinistra, sporge una grossa doccia di pietra la quale non sarebbe spiegabile se non vi fosse stato il corrispondente tetto. La torre quindi fu in secondo tempo rialzata".

Sicché "probabilmente da principio la torre più bassa, che serviva da fortezza angolare, era fiancheggiata dalle sole cortine a merli rettangolari simili a quelli che si vedono nella mura lungo il Vicolo Abazia; merli che ricordano piuttosto il Duecento che il Trecento. Come risulta dagli sporti di pietra che si vedono sotto i merli nelle facce di monte e di mezzogiorno, l'antico tetto era a due falde verso queste facce".

Sempre il Da Lisca c’informa che "la torre, condotta fino alla sua altezza attuale (secolo XIII ex.) restò per poco tempo libera nella sua parte a monte, dove poi (secolo XIV in.) le si addossò un fabbricato che la coperse fino quasi al balcone del terzo piano". Si trattava di un fabbricato - noto come il palazzo dell'abate e demolito nei primi decenni dell’800 per ricavarne materiali da costruzione - che si estendeva con larghezza uguale alla torre e con lunghezza doppia, in modo da arrivare a quell'angolo in conci di pietra che si vede dal vicolo Abazia e dall'interno del cortile.

Di questa costruzione accostata alla torre rimane oggi solo una piccola porzione, poiché l'edificio ha subito gravi manomissioni all'inizio dello scorso secolo (ribassamento di un piano e accorciamento, per un buon tratto, del fianco sinistro), ma ciò che resta del corpo di fabbrica, con facciata rivolta verso la piazza, conferma l'impressione, che doveva dare anche ai contemporanei, di un edificio importante, di rappresentanza, situato, com'è, accanto alla torre: un vero e proprio "palacium", il nuovo palazzo abbaziale.

Di questo palazzo, la sala al piano terreno serviva da accesso al monastero. Era il nuovo ingresso, destinato all'abate e agli ospiti di rango, perché non dobbiamo dimenticare che San Zeno continuava ad essere anche nel Trecento albergo per gli imperatori, e che quindi l'imponente complesso del palazzo e della torre doveva colpire l'illustre pellegrino che vi era introdotto. Un'immagine dunque di potenza e magnificenza che il cenobio si sforzava di mantenere all'interno dei fragili equilibri politici della città.

La torre sarebbe dunque attestata - come abbiamo già ricordato in forza di notizie documentarie - nella seconda metà del XII secolo. E sottolineano ancora a questo proposito il Brugnoli e la Maroso come fosse questo un periodo in cui in primo luogo le mura cittadine non includevano il monastero e l'intero borgo di San Zeno (saranno fatte costruire poi da Cangrande della Scala) e in secondo luogo la città si andava affollando di fortificazioni private ("casaturris" e "domus alta") che le famiglie nobili emergenti elevavano come strumento di dominio e simbolo di potenza. Inoltre nei territori soggetti alla sua giurisdizione il monastero è impegnato, durante il XII secolo, a stroncare tutti i tentativi di erigere torri e caseforti come siamo a conoscenza per Vigasio, ed affermare così la propria signoria che doveva a sua volta manifestarsi concretamente, con una torre, nella sua sede naturale: l'abbazia.

Ciò non esclude peraltro che a San Zeno non dovesse esistere più d'una torre, come ci suggerisce una stampa seicentesca che ne colloca altra - di non modesta altezza - nell'angolo nord-est dell'abazia e la cui base potrebbe essere quella di un solido edificio quadrangolare ritrovato proprio nell'angolo indicato dall'incisione, nel corso dei recenti scavi archeologici attorno al chiostro.

Ma per tornare alla nostra torre si dirà ancora che essa, almeno per la sua porzione inferiore, andrebbe riferita - giusta una buona intuizione del Brugnoli e della Maroso - agli anni dell'energico abate Gerardo (1163-1187), colui che cercava di risollevare la situazione economica del cenobio e, grazie all'appoggio di Federico I il Barbarossa, lottava contro potenti famiglie cittadine come i Crescenzi, costretti ad abbandonare l'ufficio d’avvocazia, e gli Avvocati che devono desistere dal loro assalto alla signoria monastica in Vigasio. E così, anche se le fonti non ci rivelano il no- me del promotore della costruzione della torre, se ne potrebbe in tal modo ipotizzare l'identità.

Qualcosa va anche detto degli antichi affreschi che decorano tuttora il complesso. Infatti, la torre di San Zeno - oltre che essere importante monumento architettonico - è anche scrigno di preziosi dipinti. Sono in pochi coloro che lo sanno, essendo tali affreschi oggi assai difficilmente raggiungibili attraverso i meandri di scale e scalette che vi salgono direttamente dalla canonica.

Anzitutto la parete di tramontana del torrione - in origine esterna all'edificio ma inserita nel palazzo dell'abate - è decorata da una grande composizione a fresco la cui scena rappresenta un movimentato corteo di vari popoli che, sullo sfondo di una città turrita, si avviano a rendere omaggio ad un sovrano. Il dipinto, insolito per il fantastico succedersi degli appariscenti e curiosi copricapo che distinguono i vari popoli, è noto agli storici dell'arte non solo per la problematicità delle interpretazioni iconografiche, ma anche per la singolarità della maniera pittorica, mentre sono state fatte le congetture più diverse sulla sua datazione.

L'ipotesi più pertinente - notava qualche tempo fa il Brugnoli con la Maroso - pare quella del Bettini che pone l'opera in riferimento alla pittura romanica altoatesina della Vai Venosta. In particolare i profili aguzzi dei visi, nasi ed occhi allungati, e tutta la costruzione linearistica della composizione rimandano agli affreschi del secondo strato dell'abside della chiesa di San Giovanni di Munstair (1170 circa). Lo studioso, individuando nel dipinto della controtorre di San Zeno il trait d'union fra la maniera della lontana Val Monastero e i mosaici marciani di Venezia, afferma che la processione zenoniana appartiene agli ultimi due decenni del XII secolo.

Tale datazione, considerata accettabile per le sue argomentazioni, è stata però da taIuno rifiutata perché "troppo anticipata - sono parole di Fulvio Zuliani - in relazione alla plausibile datazione dell'edificio in cui si trova". Ma ci si potrebbe permettere di contraddire l'illustre interlocutore, obiettando come la torre, nella sua parte più bassa, possa essere stata eseguita proprio nel secolo XII e come già allora gli si possa aver accostato un edificio all’interno del quale fu eseguito il dipinto in questione.

Il tardo Duecento era stato comunque suggerito tra gli altri per questa processione di Verona da studiosi come il Gerola, l'Arslan, il Morassi, E mentre addirittura al primo Trecento la riferisce la Vavalà, il Demus propone per essa "un periodo già avanzato del '200" e il Magagnato, la metà del secolo.

Ma oltre alla nuova collocazione temporale proposta per la torre e sottolineata dal Brugnoli e dalla Maroso, un altro importante dato può aiutarci a sciogliere il problema. Il fianco nord della torre, quello affrescato, rimase per poco tempo visibile perché gli si addossò poi, innestato in rottura, un fabbricato a tre piani le cui pareti coprirono gli orli del grande dipinto che si trovava ora a decorare una sala interna al nuovo fabbricato. La nuova costruzione, che costituisce l'ovvio termine "ante quem" dell'affresco e che è stata attribuita fino ad oggi per motivi stilistici e costruttivi ai primi decenni del '300, è stata retrodatata invece - sempre dal Brugnoli e dalla Maroso - al più tardi al 1223 in cui è attestata per la prima volta: "in camera nova placii monasteri S. Zenonis (...) item postea intervallo intus ad portam novam monosterii dicti".

Nel 1223 dunque un edificio appoggiato alla torre risulterebbe già esistere ed aver anzi coperto in parte i bordi dell'affresco. Almeno a questa data allora si può arrivare come termine ante quem: l'affresco può dunque aver trovato una sua esecuzione, da fissare probabilmente alla fine del secolo XII come il Bettini aveva suggerito.

All'interno della torre si conserva anche un frammento d'affresco - di cui si è occupato Lanfranco Franzoni - che rappresenta la parte inferiore di una Ruota della Fortuna con una figura umana, aggrappata disperatamente alla ruota, contrassegnata dalla scritta "sum sine regno". "Ritroviamo - osservano a questo proposito il Brugnoli e la Maroso - l'esempio monumentale del medesimo soggetto sulla facciata della basilica di San Zeno nel rosone eseguito dal maestro Brioloto fra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII, tema iconografico che si incontra, com’è stato osservato, lungo la strada di collegamento fra l'Italia e i paesi tedeschi. Ancora una volta, quindi, a San Zeno, a cavallo del XII secolo, si fanno sentire gli influssi e le esperienze dell'arte nordica".

Sempre all'interno della torre, agli ultimi piani, sono ancora visibili frammenti d’affreschi trecenteschi di tipo geometrico che decoravano le pareti fino al soffitto e che sono stati di recente oggetto di studio da parte di Paola Frattaroli. I motivi "a palmette", "a scacchiere" e circolari dovevano apparire smaglianti nella loro gamma cromatica, ora sbiadita dal tempo, che andava dal rosa carico, all'azzurro, all'ocra, al blu-viola, al verde rame. Le decorazioni zenoniane, che sembrerebbero - secondo la Frattaroli -opera "se non di una sola mano, almeno di un solo cantiere", sono riconducibili originariamente ad una tipologia comune alla cultura classica, bizantina e saracena, come a quella spagnola ed islamica.

Restaurata alla fine del ‘900, su progetto dell'architetto Libero Cecchini, la torre accoglie i suoi visitatori che possono così ammirare un brano della Verona artistica prima qui celato agli occhi di tutti.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1988

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