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Da seicento anni se ne sta lì, gettato fra i due opposti versanti della valle del Mincio, a porre non pochi interrogativi. Ponte o diga che fosse, quale funzione aveva? Di togliere l'acqua ai laghi di Mantova, chiudendo le saracinesche; o inondare quella città, aprendole? O più semplicemente: raccogliere acqua da convogliare lungo il fosso a difesa delle mura del Serraglio da qui fino a Villafranca ed oltre? E ancora: è opera compiuta o incompiuta? E chi la volle? Una serie di domande alle quali sono state via via date le risposte più diverse, e quasi tutte almeno parzialmente vere. Una serie di domande che ha fatto in tal modo scrivere tante pagine in argomento che qui sarebbe adesso arduo tentare di riassumere.

Una delle più antiche fonti che riguardano questa costruzione è la Cronachetta di Giorgio Sommariva che dice: "Nel 1393 Giovanni Galeazzo fece edificare il ponte di Valeggio sopra il Mincio presso Borghetto per opera del Maestro Domenego da Fiorenza ingegnere, volendo con ciò togliere l'acqua del fiume". Gino Sandri annota che quest’affermazione del Sommariva (vissuto tra il 1435 e il 1500, sovrastante alle fortificazioni veronesi e peritissimo nell'arte fortificatoria) come anche la testimonianza del Corio (che poteva avere a sua disposizione fonti perdute per noi) dovevano destare senz'altro il sospetto che l'edificio avesse proprio per scopo la deviazione delle acque del fiume.

Il Corio, nella sua Storia di Milano, è, infatti, molto preciso:

«Giovan Galeazzo pensando in qual modo potesse danneggiare il Mantovano contro il Gonzaga, dopo varij consigli e matura deliberazione, cominciò a costruire un ponte ammirabile al castello di Valeggio nel Veronese sovra il fiume Mincio, a cavaliere del quale furono edificate due alte e grossissime mura, in mezzo alle quali furono lasciate quattro bocche per le quali potesse scorrere e chiudersi l'acqua, fu riempito di terra, poscia da ambo i lati furono innalzate due fortezze. Questi lavori durarono otto mesi, ed è fama che costassero più di centomila fiorini d'oro. Con ciò Galeazzo si credeva di poter togliere l'acqua del Mincio a Mantova e far divergere il fiume dal suo letto, per farlo scorrere nel Veronese presso Villafranca e Nogarola, riuscendo la qual cosa Mantova rimaneva quasi distrutta. Perciò i Fiorentini ed i Bolognesi cogli altri alleati ad istanza del Signore di Mantova si opposero, perché il Visconti facesse deviare il fiume dal suo letto».

Comunque varie feste sono state programmate, in occasione del seicentesimo anniversario dell'inizio della costruzione dell'opera, a ricordare a tutti questa "follia" dei Visconti, allora signori di Milano ma anche del territorio veronese, iniziata il 14 aprile 1393 e terminata solo otto mesi dopo, con la spesa, come si è visto, di ben centomila fiorini d'oro, sotto la direzione tecnica di quel validissimo ingegnere militare, idraulico e poliorcete che fu Domenico di Benintendi di Guido del popolo di San Pietro Maggiore di Firenze, «maestro di legnami e ingegnere nobilissimo», che, condannato alla pena di morte e alla confisca dei beni nell'aprile 1391, riparò appunto presso Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, il quale lo impiegò dapprima nella fabbrica del Duomo, ma più tardi lo inviò nel Veronese dove si stava lavorando a fortificare, specie nella linea difensiva verso il Mantovano.

Sarebbe stato allora che, secondo le cronache, Domenico avrebbe consigliato al suo signore di deviare le acque del Mincio dal loro corso naturale, per scaricarle nella pianura veronese, a scopo fortificatorio, tagliando però una collina presso Valeggio. Il che non avvenne mai perché nel 1402, mentre si pensava proprio a mettere in funzione la diga pochi anni prima costruita, e proprio con il taglio della collina, Gian Galeazzo venne a morte, ponendo la parola fine ad ogni velleità e quindi anche a tanta impresa, legata dunque indissolubilmente, a quanto si può capire, alle fortificazioni del Serraglio di Villafranca, e del quale il castello di Valeggio era appunto la testata verso il Mincio.

Ricorda ancora lo storico Gino Sandri - che sul ponte-diga scrisse un saggio insuperato - come la costruzione del ponte di Valeggio diede origine ad una vera e propria questione di diritto interstatale, de jure Mencii amnis (lo scrive tra l'altro con molta precisione anche Leonardo Aretino) e la controversia sorta tra il Signore di Milano e quello di Mantova fu discussa e appianata dai Fiorentini, che con i Bolognesi e col Marchese d'Este erano i veri rappresentanti di quella Lega costituitasi nell'aprile del 1392 (dopo la pace di Genova conclusasi nel gennaio), per difesa contro gli ambiziosi disegni del Conte di Virtù.

Anche il Chronicon Estense afferma, infatti, che detti lavori costituirono il principale argomento di discussione nel congresso tenuto dai collegati in Ferrara, nell'aprile del 1393; il che è confermato da un documento, in data 26 maggio dello stesso anno, col quale il Signore di Padova ratificò le decisioni prese dai suoi ambasciatori a Ferrara, contro la deviazione del Mincio, tentata dal Visconti a danno di Mantova, «quod est contra formam juris communis et pactorum lige universalis cum dicto Dom. Francisco de Gonzaga contracte» al fine di indurlo «ut incoata destruat et a prosecutione dicti operis desistat».

Del resto, e ben lo precisa anche Gigliola Soldi Rondanini, il Visconti riteneva di essere nel suo pieno diritto procedendo alla costruzione dell'opera, perché, in base al trattato di Genova, era consentito a ciascuna delle parti di elevare fortificazioni nel proprio territorio. Era peraltro disposto a sospendere i lavori per fare cosa gradita a Firenze, purché il Gonzaga vietasse il passaggio sul ponte di Borgoforte a truppe dirette verso il Veronese. Così i giuristi fiorentini esaminarono la cosa e stabilirono che la costruzione del ponte non costituiva, in effetti, violazione del trattato di pace, ma che violazione vi sarebbe stata se Mantova fosse stata privata dell'acqua, deviando il corso del Mincio. La controversia giuridica si trascinò per più di un anno e fu appianata solo dopo la metà del 1394.

Quando Gian Galeazzo Visconti e Domenico da Firenze intervennero a costruire il ponte-diga, il Serraglio - nelle cui fosse doveva essere, attraverso questo manufatto, convogliata l'acqua del Mincio - esisteva da tempo: era stato, infatti, iniziato da Mastino Il nel 1345 e terminato da Cangrande Il nel 1355. L'opera difensiva si spingeva dal Mincio lungo il tortuoso corso del Tione, fino a Villafranca e da qui fino a Nogarole Rocca, per contrastare i mantovani verso il Veronese ed in particolare verso il bacino del Garda. La muraglia, oltre che con il vallo alimentato in parte dalle acque del Tione, era stata resa maggiormente atta a svolgere la sua funzione di difesa con la costruzione di una serie di torri poste sul suo perimetro ad intervalli piuttosto regolari; pare che il loro numero andasse dalle centocinquanta alle duecento. L'opera aveva ancora sul suo tragitto quattro castelli: Valeggio, Gherla, Villafranca e Nogarole Rocca. Così Gerolamo Dalla Corte:

«Il quale (Mastino) vedendo la nemicizia co' gonzaghi andar continuando, ed esser da far qualche stima di loro, deliberò di far dalla parte di Mantova un seraglio, e un lungo forte, ove in tempo di guerra potessero i suoi con le famiglie, e bestiami ridursi, e star sicuri dal furor dei nemici: e subito diede principio alla muraglia di Villa Franca; la quale in que' tempi fu reputata opera di gran fortezza, e spesa».

Il Serraglio continuò a svolgere la sua funzione fino a tutto il secolo XV, al cui declinare Francesco Corna da Soncino, il fabbro-Ietterato, così ne scrisse nel suo Fioretto:

...
Tra sera e mezzozorno nel bel piano
è una muraglia grande e smisurata,
ben sette milia longa per certano;
et è seraglio di quella contrata,
che da ogni capo tiene un castellano,
con fosse grande e la mura a scarpata;
da un capo è Menzo e da l'altro è Teiono,
con forte roche, loco bello e bono


Il Serraglio oggi non esiste più, il fossato è stato colmato e coltivato, le mura sono crollate o sono state abbattute. A testimonianza dell'antica opera fortificatoria, rimangono solo i ruderi deI Gherlo e le fondamenta di mura che ricompaiono ogniqualvolta si scavi nei pressi dell'originale tracciato. Ma il ponte-diga, che al Serraglio era pur collegato, esiste ancora anche se, durante la guerra per la successione al Ducato di Mantova, nel 1702, il Catinat, inseguito da Eugenio di Savoia, ne fece saltare la porzione centrale, sostituita a livello viario, agli inizi del ‘900, con travature metalliche, proprio per sopperire alle esigenze del traffico. Resta ancora da aggiungere, per gli amanti delle antiche rappresentazioni cartografiche, come le fortificazioni del territorio valeggiano (ponte visconteo, castello del capoluogo, borgo murato di Borghetto e Serraglio da questa località alla palude di Grezzano) siano state rappresentate in moltissime mappe dal secolo XV al XIX per la loro importanza militare prima, poi per la loro imponenza.

Buona parte dei documenti in parola appartengono al Magistrato sopra i beni inculti e riguardano l'uso dell'acqua del Mincio a scopo irriguo attraverso la seriola Prevaldesco o nei piccoli tratti vallivi lungo il fiume. Un altro uso frequente delle acque era quello dei molini nel letto del fiume (una mappa ne raffigura ben nove) o sulle sponde, o sulla "giara erbosa" che formava isolette nel Mincio presso Borghetto come ai nostri giorni.
In particolare il ponte visconteo è raffigurato in una mappa (ASVr, Pompei-Maffei n. 42) con tutte le sue torri e merlature; però figura caduta l'arcata sul Mincio (siamo nel 1618), in contrasto con quanto è scritto dagli storici locali, secondo i quali il ponte sarebbe stato fatto saltare dai Francesi nel 1702. Nella stessa mappa il "castello antico" di Borghetto, che conteneva il borgo, è ben figurato con i resti delle muraglie, le torri e l'ampia fossa attorno.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1993

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