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Verona barbarica

Odoacre fu re di fatto e lasciò buona fama di sé. Non mutò le leggi, né le tradizioni né l'amministrazione romana; pur essendo ariano, non avversò i cattolici. Confiscò ai latifondisti un terzo delle terre e le distribuì ai suoi soldati; questo provvedimento ebbe effetti benefici per l'agricoltura e per l'economia. Diede all'Italia pace e sicurezza. Con le armi arrestò l'invasione dei Rugi; ma non poté sostenere l'impeto degli Ostrogoti, spinti in Italia da Zenone, imperatore d’Oriente.
Verona, città di frontiera, era meta obbligata per i barbari provenienti dalle Alpi Giulie e dalla Germania. Odoacre vi si fortificò nel 389 per affrontare Teodorico, re degli Ostrogoti; ma fu sconfitto e poi ucciso.
Durante il lungo regno di Teodorico (493-526), Verona fu il centro militare più importante e la sede prediletta del re, che restaurò ed abbellì la città, vi costruì palazzi, portici, terme e rialzò le mura atterrate dalle precedenti incursioni barbariche.
Il suo palazzo, sontuoso e munitissimo, sorgeva sul Colle di San Pietro: sulla vetta o, secondo un'attendibile indicazione dell'epoca, in riva al fiume, presso la chiesa di Santo Stefano.
Teodorico, re intelligente e valoroso, rispettò le leggi e gli ordinamenti romani, favorì l'agricoltura, aperse strade, prosciugò paludi, onorò gli uomini colti, fu generoso verso i vinti e, pur essendo ariano, fu benigno verso i cattolici. Ma negli ultimi tre anni di regno, sdegnato per le leggi dell'imperatore d'Oriente, Giustino, contro gli ariani e irritato per le inevitabili discordie fra Goti e Italiani, infierì ferocemente contro questi ultimi: da Verona emanò il decreto che vietava ai Romani - divenuti sospetti - di portare armi; qui uccise il fedele Simmaco e fece ingiustamente arrestare Albino e Boezio.
Forse a Teodorico risalgono le prime intromissioni del potere temporale nelle attribuzioni del potere spirituale. L'improvvisa misteriosa morte del re diede origine a due leggende, l'una italiana-cattolica, l'altra germanica-odinica.
I successori di Teodorico non seppero difendere l'Italia dagli eserciti greci, inviati da Giustiniano. In cinque anni (535-540) i Bizantini poterono impadro-nirsi della penisola, pur contando su di un esercito di soli 10.000 uomini, comandati da Belisario. Ma ben presto i Goti insorsero e, guidati dal re Totila, che in Verona conseguì una grande vittoria (542), ricacciarono i Bizantini.
Giustiniano inviò allora un esercito di 20.000 uomini, al comando del generale Narsete, e riassoggettò l'Italia (551-553). Verona e Brescia furono le sole città che opposero resistenza anche dopo la sconfitta degli Ostrogoti; poterono essere espugnate solo nell'anno 555. Unico ricordo del breve dominio greco in Verona fu la costituzione di un numero, corpo militare veronese permanente, che ancora nel secolo IX esisteva in Ravenna con questo nome.
Anche nelle altre regioni italiane gli eserciti greci, formati da barbari più incivili dei Goti, dopo anni di guerra, lasciarono solo desolazione e rovina.
Tracce più profonde lasciò invece ii dominio longobardo, ch'ebbe inizio nell'anno 568 con la discesa di Alboino, sospinto, secondo la comune credenza, in Italia da Narsete per vendicare un'offesa personale a lui fatta dall'imperatrice Sofia. Questo re barbaro proveniente forse dalla Scandinavia, dopo aver occupato con il suo popolo il Friuli, conquistò facilmente Verona, vi si fortificò e proclamò il suo regno. Qui fissò, forse per necessità militari, la sua residenza e da qui diresse l'espansione nei territori dell'Italia settentrionale, mentre le rimanenti regioni rimasero in potere dei Bizantini.
I Longobardi, orribili nell'aspetto e molto più incivili dei precedenti invasori, compirono infinite prepotenze e crudeltà: infierirono con uccisioni e rapine, imposero forti tributi, distrussero chiese e vescovadi.
Le condizioni della popolazione, già tristissime, furono aggravate da carestie, epidemie, inondazioni, frequenti specialmente durante i primi anni della dominazione longobarda.
A questi mali si aggiunsero le incursioni dei Franchi, che pagati dai Greci per combattere i Longobardi, si limitarono a compiere saccheggi e rapine.
In Verona, dimora regia fu ancora il palazzo di Teodorico: in esso, secondo la tradizione, ebbe luogo il macabro convito, cui seguì l'uccisione del re, compiuta da Elmichi per istigazione di Rosmunda. Il re fu ucciso nell'anno 572 e sepolto nel palazzo di Teodorico, sotto la gradinata di una scala, come afferma lo storico Paolo Diacono.
Le sue ossa furono rinvenute ed identificate nel 1245, durante la signoria di Alberto della Scala, il quale impose ad uno dei suoi figli il nome di Alboino. Secondo re longobardo fu Clefi, che s'impadronì dei beni di molti nobili romani uccidendoli o mandandoli in esilio; ma venne a sua volta ucciso da un cortigiano, dopo appena un anno e mezzo di regno. In seguito, per tredici anni, non si ebbero re, ma solo duchi preposti a trentasei ducati.
Per ciò che riguarda Verona - sede di un ducato - un documento ricorda il duca Lupone, che nell'anno 581 fondò la chiesa di Santa Maria in Organo. I Longobardi tornarono alla monarchia solo quando i Bizantini tentarono di estendere i loro domini in Italia; allora elessero re Autari, uomo notevole per valore e nobiltà d'animo (585-590). Autari stabilì la capitale in Pavia, ma nel Veronese (a Sarno) il 15 maggio 589 si unì in matrimonio con Teodolinda e, ancora in Verona, fu testimone oculare di un noto miracolo di San Zeno, avvenuto nell'ottobre dello stesso anno, durante una cerimonia religiosa nella antica chiesa di San Zeno.
Il fatto che Autari assistesse ad una cerimonia religiosa, fa credere che egli si fosse già convertito al Cattolicesimo.
Venti anni di convivenza con gli Italiani avevano notevolmente mutato i sentimenti e i costumi dei Longobardi, che infine si conciliarono con i vinti e si convertirono in gran parte al Cattolicesimo, per opera del pontefice Gregorio Magno e della Regina Teodolinda.
Durante il sec. VII i Longobardi estesero e consolidarono i domini territoriali e tentarono di stabilire normali condizioni di vita fra vincitori e vinti. I rapporti fra i due popoli e le consuetudini dei Longobardi furono regolati da Rotari, re dall'anno 636 al 652, con l'Editto detto appunto di Rotari. Nel sec. VIII i Longobardi si erano ormai totalmente convertiti al Cattolicesimo e fecero larghe donazioni a chiese e conventi.
Per quanto riguarda Verona, i documenti ricordano i re Liutprando (735) ed Ildebrando (744) quali benefattori del monastero di Santa Maria in Organo. Le leggi emanate dai Longobardi furono molto severe, ma non ingiuste: punivano secondo il danno e quasi sempre con ammenda pecuniaria. Nei casi dubbi si ricorreva al «giudizio di Dio». La pena capitale era applicata raramente e riservata ai delitti più gravi.
Una legge, dovuta a Liutprando (712-741), vietava i matrimoni fra congiunti anche lontani, allo scopo di favorire la fusione dei barbari con gli Italiani in una sola nazione.
Liutprando, uno dei più notevoli re longobardi, tentò di riunire sotto il suo dominio tutta la penisola: nell'anno 726 invase l'Esarcato, la Pentapoli e il Ducato Romano. Ma il pontefice Gregorio II, che l'aveva esortato alla guerra contro i Bizantini, temendo di cadere egli stesso in potere dei Longobardi, invitò allora il re a ritirarsi e a desistere dall'impresa. Liutprando obbedì e, in atto di ossequio, donò alla Santa Sede il castello di Sutri, dando così inizio al potere temporale dei papi (728).
Durante la dominazione longobarda sorsero in Verona (oltre alla chiesa di Santa Maria in Organo, fondata nel 581), le chiese delle SS. Tosca e Teuteria (751), di Santa Maria Matricolare, San Giovanni in Valle, Santa Maria Consolatrice, San Giorgio, San Fermo, Santo Stefano, San. Nazaro, SS. Apostoli. In molte di esse sono visibili elementi originali del sec. VIII.
Verona, che aveva veduto sorgere il regno longobardo, assistette nell'anno 774 al suo crollo, quando Carlo Magno sconfisse Adelchi, figlio di Desiderio. La città era munitissima e considerata fortissima sopra tutte le città lombarde; ma si arrese facilmente per l'indifferenza dei cittadini e per l'opera di favoreggiamento svolta dal veronese Anselmo Vetturi, autore-vole uomo politico e condottiero. Questo Vetturi, che fu duca del Friuli e poi fondatore dell'Abbazia di Nonantola presso Modena, scrisse una storia Della rovina de' Longobardi, alla quale tanto sfacciatamente aveva contribuito.
Sottomessa l'Italia, Carlo Magno ne elesse re il figlio Pipino, a lui prediletto, nell'anno 780. Pipino dimorò frequentemente in Verona, riordinò ed abbellì la città, riedificò la basilica di San Zeno, su progetto dell' Arcidiacono Pacifico, e vi trasferì solennemente la salma del Santo (807).
Nel timore di nuove incursioni barbariche, restaurò e rafforzò con torri le mura, usando a questo scopo le pietre dell'ala che recingeva l'Arena e che era in parte caduta.
Anche nei secoli seguenti i monumenti romani ormai privi, dopo tanti saccheggi, dei rivestimenti marmorei e di ogni prezioso ornamento, e gravemente danneggiati da terremoti, inondazioni, invasioni ed assedi, furono inconsideratamente usati come cava per erigere nuove costruzioni. Numerose pietre romane, spesso ornate di sculture, si possono ancora riconoscere in edifici o chiese medioevali e rinascimentali. Solamente alla fine del sec. XVI, e soprattutto durante l’Ottocento ed il Novecento, si pensò razionalmente al ripristino dei monumenti romani.
Durante la dominazione carolingia l'ordine e la sicurezza favorirono lo sviluppo dell'economia, cui si accompagnò il rifiorire della cultura e delle arti.
Sembra che in Verona sia sorta allora un’Università; certo vi si insegnò la medicina, il diritto civile e canonico. Inoltre vi fu istituita una scuola calligrafica, mentre la scuola di sacerdoti, già esistente, divenne allora il capitolo.
La Biblioteca Capitolare fu ampliata ed arricchita con la trascrizione di ben 218 codici. Si edificò il Vescovado. Furono costruite o restaurate le chiese di San Zeno Maggiore, San Zeno in Oratorio, San Procolo, San Lorenzo, la Cattedrale, Sant'Elena, San Giovanni in Fonte, forse anche Santa Maria Antica e Sant'Anastasia. Queste chiese, sette delle quali sono attribuite all'opera geniale dell'Arcidiacono Pacifico, conservano solo in piccola parte elementi originali del sec. IX e devono l'aspetto attuale ai rifacimenti dei secoli seguenti.
Il mirabile rinnovamento artistico e culturale del sec. IX, favorito dal valido appoggio e dalla frequente presenza di re Pipino in Verona, ebbe quali promotori ed artefici l’Arcidiacono Pacifico e il vescovo Ratoldo.
Ireneo Pacifico (778-846), arcidiacono della Cattedrale, fu certo il più illustre dei Veronesi vissuti nel sec. IX. Dotato di vivissimo e versatile ingegno, coltivò le lettere, eccelse in architettura, conobbe la scultura, la matematica e la tecnica dei metalli; trascrisse vari codici, commentò il Vecchio ed il Nuovo Testamento, pare abbia inventato anche la bussola. La Veronae Rythmica Descriptio, composta, fra gli anni 796 e 806, è ritenuta sua opera giovanile.
A Carlo Magno, morto nell'anno 814, successero il figlio Lodovico il Pio e più tardi i nipoti Lotario, Carlo il Calvo e Lodovico. Essi furono incapaci di reggere un impero tanto vasto e formato da regioni profondamente diverse sotto il profilo geografico ed etnografico. Dopo essersi aspramente combattuti fra loro per impadronirsi del potere, si accordarono per la divisione dei territori (843): a Lotario fu assegnato il titolo imperiale e l'Italia, a Carlo il Calvo la Francia, a Lodovico la Germania. Ogni regione era suddivisa in marchesati e contee, governati da marchesi e conti, che usurpando poco a poco i diritti regi, erano divenuti i veri sovrani delle terre loro affidate.
Verona dapprima fece parte della Marca di Baviera, poi della Marca di Carinzia; infine fu contea e dalla metà del sec. XI la dignità comitale fu legata alla famiglia Sambonifacio. In seguito alla deposizione di Carlo il Grosso (887), le tre regioni principali dell'impero - Italia, Francia e Germania - si avviarono a divenire stati ed elessero re propri. Il regno d'Italia fu di breve durata (888-961). Nel gennaio dell'anno 888 Berengario, marchese del Friuli, ottenne la corona italiana. Dopo qualche mese Guido, duca di Spoleto, gli mosse guerra, lo sconfisse e con il favore del clero si fece eleggere re e imperatore. Si ebbero così due monarchi, fino all'anno 894, in cui Guido morì.
Berengario, spesso insidiato e continuamente contrastato, trovò in Verona rifugio e difesa. Nell'anno 900 i vassalli ribelli si rivolsero per aiuto a Lodovico III, re di Borgogna, che scese in Italia, si fece proclamare re e imperatore, e tornò in Borgogna. Qualche anno più tardi venne a completare la vittoria, occupò la Marca Trevigiana, costrinse Berengario a cercar asilo in Baviera e si stabilì in Verona, nel palazzo di Teodorico.
La lotta fra i due rivali si concluse nell'anno 905, quando Berengario, favorito dall'ostilità della popolazione per il nuovo re, poté ritornare in città, introdursi nottetempo nel palazzo, sorprendere Lodovico, accecarlo e rimandarlo alle sue terre. Più tardi lo stesso Berengario, sconfitto da Rodolfo Il re della Borgogna, riparò nuovamente in Verona, ma sul colle di San Pietro fu ucciso a tradimento da Flamberto, un parente ch'egli aveva beneficato (924).
Rodolfo Il regnò per quattro anni (922-926); poi cercò rifugio in Svizzera perché gli Ungari, chiamati da Berengario, avevano assediato Pavia. Il pontefice offri allora la corona ad Ugo conte di Provenza (926-947), che si associò il figlio Lotario (931-950). Con Ugo vennero in Italia due ecclesiastici esuli da Liegi: Ilduino, che fu vescovo di Verona e poi di Milano, e Raterio, che successe ad Ilduino a Verona.
Raterio, uno degli uomini più dotti del suo secolo e dell'intero Medioevo, fu profondo conoscitore dei classici latini, vivacissimo scrittore e teologo assai rinomato. Con grande zelo si dedicò alla lotta contro la corruzione e l'ignoranza degli ecclesiastici; ma per il suo carattere imprudente e ribelle si inimicò il clero, i cittadini, il Conte di Verona (Milone di Sambonifacio) e lo stesso re Ugo. Fu più volte scacciato, persino imprigionato, e sempre riottenne la sede episcopale, cui infine dovette rinunciare, per fare ritorno al monastero di Lobbes, portando seco un codice contenente fra l'altro la Veronae Rythmica Descriptio ed una Iconografia di Verona.
Quest'Iconografia consisteva in un esatto disegno dei monumenti veronesi agl'inizi del secolo X ed era con ogni probabilità opera dello stesso Raterio. Ne restano solo delle copie, essendo il codice andato perduto.
A quest'epoca risalgono anche le più antiche monete sicuramente battute in Verona, che ancora si conservino: un pezzo unico d'argento (forse del 921), di una zecca autonoma, custodito nel museo di Trento, e alcuni denari d'argento (931-95O), con le diciture Hugo Lothario rex sul recto e Verona sul verso. Lotario morì nell'anno 950, sembra di veleno.
Una Dieta generale, convocata in Pavia, proclamò re Berengario Il (nipote di Berengario I) e Adalberto, suo figlio, marchesi di Ivrea. Berengario Il, indicato dalla voce popolare come l'uccisore di Lotario, per allontanare da sé i sospetti e per consolidare la sua posizione, impose a Adelaide di Borgogna, vedova di Lotario, il matrimonio con il proprio figlio Adalberto. Adelaide rifiutò e fu rinchiusa nella rocca di Garda, dalla quale riuscì a fuggire grazie all'aiuto di Martino, sacerdote veronese, e riparare nel castello di Canossa, presso Azzone di Correggio, invocando la protezione di Ottone I imperatore di Germania.
Ottone accolse sollecitamente l'invito, sposò Adelaide per far valere i diritti che ella vantava sul regno, fu acclamato in Pavia re d'Italia (952) e, lasciata una guarnigione tedesca, fece ritorno in Germania. Nello stesso anno Berengario e Lotario, pur di riacquistare la corona, fecero atto d'omaggio all'imperatore e nella Dieta di Augusta ricevettero l'investitura del regno. Cosi l'Italia diventò un feudo della corona germanica.
Berengario Il e Adalberto, dopo aver riacquistato il potere a prezzo dell'indipendenza italiana, mossero guerra ai feudatari che erano stati loro contrari e tentarono di sciogliersi dalla soggezione all'impero; ma Ottone, chiamato dai vassalli ribelli, nell'anno 961 discese nuovamente in Italia, depose Berengario e Adalberto, ricevette in Milano la corona italica ed in Roma la corona imperiale (962).
La costituzione della Marca Veronese risale a quest'epoca (952-961); primo marchese fu Milone di Sambonifacio, già conte di Verona.
Tra la fine del sec. IX e la metà del X, gli Ungari invasero l'Italia. Verona subì danni gravissimi e se il centro cittadino forse fu salvo, grazie alle solide mura, certo furono devastate le ricche chiese di San Zeno, San Fermo e San Nazaro.
Al sec. X risalgono le chiese di San Pietro Incarnario e di Santa Maria in Chiavica, che in seguito furono totalmente ricostruite. Nell'anno 905 esistevano sull'Adige, in città, almeno quattro mulini.
Con l’unione delle corone di Germania e d'Italia (961), Verona crebbe d'importanza e per tutto il secolo X fu l'unica città nella quale gl'imperatori tedeschi soggiornarono durante le loro discese nel nostro paese. Residenza regale non fu più il palazzo di Teodorico, ma l'Abbazia di San Zeno. Numerose Diete, cui parteciparono i Signori di Germania e d'Italia, ebbero luogo in Verona. Importante fu la Dieta convocata nell'anno 967 da Ottone Il per raccogliere milizie contro i Saraceni, che ormai occupavano la Sicilia con parte della Calabria, e per sancire numerose disposizioni di legge, fra cui una che rendeva legale il duello come prova decisiva nei processi nei quali mancassero prove o testimonianze sicure.
Lo stesso Ottone Il, nella Dieta tenuta in Verona nell'anno 983, strinse un trattato commerciale con i Veneziani e fece dichiarare suo successore il figlio omonimo, di appena tre anni.
Nel dicembre del medesimo anno Ottone II moriva, dopo aver tentato di fondere in un’unica nazione i popoli italiano e tedesco.
L'alto ideale sarebbe forse stato realizzato dal figlio Ottone III, giovane di nobilissimi sentimenti; ma la morte lo colse in battaglia, a soli ventidue anni (1002).
La Germania passò allora ad Enrico II di Baviera, mentre i grandi feudatari italiani, infine concordi nel tentativo di sottrarsi alla soggezione imperiale, si riunirono in Pavia ed elessero re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea.
Arduino si fortificò in Verona, vinse le milizie di Oberto, vescovo della città, che avevano occupato la Chiusa, sconfisse a Fontaniva, ancora in territorio veronese, Ottone duca di Carinzia inviato da Enrico Il con un'armata, e si accampò presso la Chiusa in attesa dell'imperatore stesso che, raccolto un nuovo esercito, si trovava a Trento insieme al vescovo Oberto (1004). Ma fu colto alle spalle dalle truppe tedesche, che erano scese attraverso un passo del Brenta, e, abbandonato dai principi e dall'esercito, dovette fuggire.
Enrico II, senza più incontrare resistenza, entrò in Verona con il vescovo Oberto, cui furono aperte le porte della città, e prosegui per Pavia, dove con il favore dei nobili, non del popolo, fu incoronato re.
Negli anni 1013 e 1014 passò nuovamente per Verona, durante il viaggio compiuto per ricevere la corona imperiale, e nel 1021, prima della sfortunata spedizione contro i Domini Bizantini, tenne qui una Dieta cui parteciparono l'arcivescovo Ariberto di Milano, il marchese Bonifacio di Canossa e molti altri potenti feudatari laici ed ecclesiastici. Enrico Il, ultimo imperatore della Casa di Sassonia, morì nel 1024.
Gli successe Corrado II di Franconia (1024-1039) che, sceso in Italia con un grosso esercito per la VaI d'Adige e Verona (1026), fu proclamato re e imperatore. Nelle lotte fra alta e bassa feudalità, favori quest'ultima a tal punto che nell'anno 1036 ridiscese in Italia per metter fine all'eccessiva potenza di Ariberto, arcivescovo di Milano. Durante questo viaggio, festeggiò in Verona il Natale che precedette l'assedio di Milano e qui sostò nel luglio del 1037 quando, fallita l'impresa, fece ritorno in Germania. Nello stesso anno promulgò la Constitutio de feudis, legge che consacrava l'ereditarietà dei piccoli feudi.
Gli successe il figlio Enrico III (1039-1056), che venne in Italia nell'anno 1046. In Verona tenne la rivista dell'esercito, qui convenuto da varie regioni, e con esso scese a Roma, dove tre papi si contendevano la tiara pontificia. Richiamandosi alle tradizioni degli Ottoni, l'imperatore depose i tre papi e ottenne dai Romani il diritto di eleggere i pontefici. Nell'anno 1055 sostò nuovamente in Verona, quando scese in armi contro la casa di Canossa perché la marchesa Beatrice si era unita in matrimonio con il principe Goffredo di Lorena, da lui spodestato. Al suo ritorno impose ai Veronesi – forse come riparazione di un'offesa – un grosso tributo, che però dovette restituire per le proteste del marchese di Verona, Guelfo III duca di Carinzia. Enrico III mori nel 1056, lasciando il trono al figlio Enrico IV (1056-1106), di cinque anni.
Durante la minorità di questo re il segretario della Curia Romana, Ildebrando di Soana, introdusse una riforma nel sistema di elezione dei pontefici, stabilendo che essa spettasse unicamente ad un collegio di cardinali. Lo stesso Ildebrando, divenuto papa con il nome di Gregorio VII, proibì, sotto pena di scomunica, che i laici conferissero dignità ecclesiastiche e che gli ecclesiastici accettassero tali dignità da parte dei laici. Ebbe così inizio la lotta delle investiture, che durò fino al 1122.
Enrico IV, ormai re di fatto, insorse contro i decreti pontifici e fu scomunicato. Allora intraprese un'aspra lotta contro Gregorio VII, durante la quale scelse Verona, a lui fedele, come residenza abituale. Quando la Germania elesse l'anti re Rodolfo, egli preparò in Verona la riscossa.
Quando gli si ribellò l'Italia, per opera di papa Urbano Il e della contessa Matilde di Canossa, trovò in Verona valido aiuto. Quando infine tutte le città lombarde abbandonarono l'imperatore, Verona rimase ancora fedele e persistette nell'ostilità alla riforma anche dopo la deposizione di Enrico IV.
Il figlio Enrico V, già associato al trono (1106-1125), continuò la lotta per le investiture. Nell'anno 1111 fu incoronato imperatore e ottenne il diritto di conferire la dignità ecclesiastica ai vescovi. Di ritorno da Roma, si trattenne qualche giorno in Verona, vi ricevette il doge Ordelaffo Falier, si recò a visitare la rocca di Garda e Marciaga. Con il Concordato di Worms (1122) I'imperatore riconobbe infine la sua incompetenza sui beni spirituali, mentre il pontefice (Callisto II) riconosceva la sovranità imperiale sui beni temporali.
Durante la lotta per le investiture i vescovi veronesi si dimostrarono quasi sempre favorevoli all'impero, forse perché da esso avevano ricevuto in passato larghi benefici. Per tutto il sec. XI Verona rimase legata, per ragioni politiche, alla Germania; ma la sua vita intellettuale ed artistica fu sempre lontana dal sentimento tedesco.
Nel sec. XI sorsero le chiese di Santa Toscana e della SS. Trinità, fu riedificata San Nazaro e s'iniziò la ricostruzione della basilica di San Zeno.
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