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Verona romana

All'inizio del III secolo a.C. il territorio veronese era prevalentemente occupato da Veneti. Fra questo popolo e Roma vi erano rapporti di fedele amicizia, forse anche di sottomissione; non di soggezione. Nell'anno 225 a .C. le città venete si allearono con Roma contro i Galli e nel 216 milizie venete e veronesi combatterono a Canne contro Annibale. In seguito, Roma estese le sue conquiste alle regioni dell'Italia meridionale e insulare, al resto d’Europa e all'Asia Minore.
All'inizio del I secolo a.C. la penisola italiana fu minacciata dall’invasione dei Cimbri e dei Teutoni, che, con saccheggi e devastazioni, avevano percorso l'Europa e sconfitto già sei eserciti romani. A Mario, rieletto console, fu affidato il compito di affrontarli e di salvare l’Italia. Mario arrestò l’invasione dei barbari, distrusse l'esercito teutone (102 a.C.) e fece strage dei Cimbri (101).
Secondo gli eruditi del Rinascimento, i resti dell'esercito cimbro si rifugiarono sui monti fra l’Adige e il Brenta, dando origine alle popolazioni di tredici comuni nel Veronese e di sette nel Vicentino. La leggenda è infondata: quei monti non furono abitati fino al sec. XIII: furono sfruttati per pascolo e legna dalle popolazioni delle valli vicine fino al 1287, quando una vasta e ben determinata estensione di essi fu ceduta con regolare investitura, dal vescovo di Verona Bartolomeo della Scala, a coloni tedeschi provenienti dal Vicentino. Probabilmente questi tedeschi erano passati nel Vicentino dalla valle di Folgaria, dove si erano stabiliti fin dall'anno 1216, quando erano scesi dalla Germania per invito di Federico Wanga, vescovo di Trento.
In seguito alla guerra sociale (90 a.C.) il Senato Romano estese i diritti di cittadinanza alle colonie latine della Gallia Cisalpina. Verona divenne colonia latina, con la Lex Pompeia, nell’89 a.C.; quarant'anni più tardi ottenne da Cesare la piena cittadinanza romana e la costituzione municipale. Come provano molte lapidi, fu ascritta alla tribù Publicia (o Poblilia, o Popilia).
Pochi anni dopo, nel 42 a.C., fu unita all'Italia con tutta la regione a nord del Po. Iniziò allora per Verona un periodo di grande floridezza, che durò circa due secoli. Fu riedificata secondo un piano regolatore, cinta di solide mura e abbellita con numerosi insigni monumenti.
Il Foro (Piazza delle Erbe) era il centro economico e politico della città; qui confluivano le vie principali: Cardo (Vie Leoni -Cappello -S. Egidio) (Decumanus (Corsi Porta Borsari - Sant'Anastasia), con le strade ad esse parallele. Presso il Foro sorgevano le gradinate del Campidoglio, sul tratto di terreno rialzato fra via Pellicciai e Corso Porta Borsari.
Grandioso era l'Anfiteatro, immensa gradinata ellittica, sovrastata e recinta da un'elegante ala marmorea: monumento ancor oggi imponente e maestoso, anche se il trascorrere dei secoli l'ha in parte sommerso e diroccato.
Sul colle di San Pietro, a sinistra dell’Adige, digradava ampio e marmoreo il Teatro, adorno di statue, cinto da un doppio ordine di logge, reso maestoso dagli scaloni laterali e dai ponti Postumio e della Pietra, che univano i due ingressi del teatro alla città.
Certo non mancarono le terme; ad esse appartenevano le due grandi vasche monolitiche ora in Piazza delle Erbe e nella basilica di San Zeno. Le mura racchiudevano uno spazio relativamente ristretto, dato il loro carattere militare. A sinistra dell’Adige iniziavano presso il Ponte della Pietra e scendevano all'attuale chiesa di Santa Maria in Organo, recingendo il Colle di San Pietro. A destra del fiume incominciavano presso Sant'Eufemia e comprendevano Porta Borsari, l'Arco in Via A. Cantore, le mura presso San Nicolò (in seguito restaurate da Gallieno) e Porta Leona. Racchiudevano una superficie di circa 40 ettari ed una popolazione di almeno 10,000 persone. Questa cifra sembra esigua; ma è probabile che fuori delle mura sorgessero numerosi sobborghi, specialmente nei pressi dei ponti - che erano almeno quattro - e delle vie militari.
Verona sorgeva all'incrocio di quattro importanti strade romane: la Gallica da Torino ad Aquileia, la Claudia Augusta da Modena alla Germania, la Postumia dalla Liguria all'Illiria ed il Vicum Veronensium da Verona ad Ostiglia.
La città era un municipio governato dai quattuorviri iure dicundo, eletti annualmente nei comizi, e dai decuriones, scelti quasi sempre per censo.
Quattro edili curavano i mercati, l'approvvigionamento, le opere pub-bliche ed un questore amministrava le pubbliche rendite.

Il sacerdozio era una carica politica, più che religiosa, ed i templi, numerosi in città e in provincia, erano dedicati a divinità italiche, celtiche, orientali.
Le attività della popolazione erano varie: nelle epigrafi sono ricordati fabbri, nocchieri, tessitori, sarti, rigattieri, argentieri, gladiatori, e poeti, grammatici, architetti, ragionieri, oculisti, medici.
Durante la decadenza dell'impero Verona, essendo città di frontiera, fu teatro d’aspre lotte civili: fra Vespasiano e Vitellio (69 d.C.), fra l'imperatore M. Giulio Filippo e Decio, ribellatosi con le milizie della Pannonia (249), fra l'imperatore Carino e Sabino Giuliano, che aspirava a togliergli il potere (283), fra Costantino e Ruricio Pompeiano, prefetto del Pretorio di Massenzio, vinto dopo lungo assedio (312).
Nel frattempo i barbari premevano ai confini e, trovando nella VaI d'Adige una facile via d'accesso, compievano frequenti incursioni nella Pianura Padana. Nell'anno 265 l'imperatore Gallieno pose in Verona stabili comandi militari e fortificò la città, restaurando ed ampliando la cinta delle mura, che giunsero a racchiudere l'Anfiteatro. Seguì per Verona un lungo periodo di tranquillità, ma non di prosperità: gli agricoltori erano gravati da imposte così pesanti che spesso - secondo Aurelio Vettore - erano indotti ad abbandonare i campi e le colture.
Anche nelle altre regioni dell'Impero la crisi economica era gravissima e la minaccia dei barbari sempre più incombente. Ovunque regnava il disordine, anche nell'esercito, facile alle insubordinazioni; gli imperatori, spesso inetti o crudeli, giungevano al potere dopo aspre lotte civili e per lo più erano eletti dalle stesse legioni. Nell'anno 330 la capitale era trasferita a Costantinopoli, con grave danno per l'Italia.
Più volte gli imperatori romani soggiornarono in Verona, come provano le numerose leggi emanate dalla nostra città. Fra esse una, di Valentiniano I (364-375), considerava delitto capitale il matrimonio di cittadini romani con donne barbare e viceversa. Ciò dimostra che i barbari, oltre ad avere la terra e ad essere arruolati nell'esercito, tendevano ad immettersi anche nella vita civile del popolo romano.
In Verona il Cristianesimo si diffuse lentamente, ostacolato dalle classi già agiate. Il primo vescovo risale al III secolo e se ne conosce solo il nome: Euprepio. Numerosi furono i martiri: almeno quaranta. I primi di cui si abbia precisa notizia furono i Santi Fermo, Rustico ed Arcadio, che subirono la morte nel 304, durante l'impero di Massimiano.
All'inizio del sec. IV la popolazione era formata da pagani, numerosi specialmente nella classe ricca, da eretici, che seguivano le dottrine di Ario, Fotino od Elvidio, e da cristiani che in gran parte non avevano saputo rinunciare a molti usi pagani, come quello di trarre presagi dalle viscere degli animali. Restituire questi cristiani ad una fede più pura e convertire gli ultimi pagani ed eretici, che opposero aspra resistenza, fu merito di San Zeno, ottavo vescovo, uomo dotato d'ogni virtù. Dopo la morte (380), fu venerato come patrono e ben quaranta chiese, in città e provincia, furono erette in suo onore.
Nel sec. IV i barbari erano già penetrati con una lenta infiltrazione, nella vita civile e militare dell'Impero. Nel sec. V non si accontentarono più di concessioni territoriali, ma con impeto sempre crescente travolsero la resistenza opposta dagli eserciti romani - formati in gran parte da altri barbari - e invasero le regioni dell'Impero.
Nell'anno 403 Alarico, re dei Visigoti, scontento delle condizioni fatte al suo popolo in Dalmazia, calò nella Pianura Padana e si fortificò in Verona; ma fu sconfitto da Stilicone, un barbaro romanizzato. Nell'anno 452 Attila, re degli Unni, con 500.000 uomini devastò Aquileia, Padova, Vicenza, Verona, Bergamo, Milano e Pavia, prima di giungere al Mincio, ove incontrò papa Leone I ed una legazione imperiale. Piegato dalle parole del Santo e dalla promessa di un tributo annuo, fece ritorno in Pannonia.
Nessuna preghiera valse invece a salvare Roma dai Vandali, che giunti con una flotta dall'Africa, al comando di Genserico, la saccheggiarono per due settimane (455). Infine Odoacre, capo degli Eruli e dei Turcilingi che facevano parte dell'esercito imperiale, depose Romolo Augustolo e mise fine all'Impero Romano d'Occidente (476).
Fonte: Le Guide 1

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