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Via Leoncino

Verona / Italia
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Via Leoncino è una delle vie più signorili della città, e rappresenta la più diretta congiunzione tra la Bra' e la sinistra d'Adige, attraverso il ponte Navi. È di molto interesse per ricchezza di palazzi e per notevoli avanzi di mura romane.

Leggermente arcuata nel suo non breve percorso, si può considerare formata di due tratti ben distinti.

Il primo, più breve, dal fianco nord del Municipio all'angolo di Via Tazzoli, con case in genere modeste, e ancor più modesti negozi ed esercizi pubblici, e quindi d'intonazione ambientale vivace e popolare.

Il secondo, alquanto più lungo, dall'angolo suddetto fino allo sbocco in Via Leoni, con edifici dignitosi, già appartenenti a cospicue famiglie della nobiltà veronese, di stile prevalentemente moderno, senza negozi aperti sui piani terreni, e perciò con un carattere ambientale di signorilità, in pieno contrasto col precedente.

Non molto frequentata dai pedoni, è invece percorsa da numerosi automezzi, per la sua prevalente funzione di via di transito.

L'ultimo conflitto mondiale aveva danneggiato non poco alcuni edifici che tuttora la fiancheggiano. Ma oramai quasi tutti sono stati ricostruiti o restaurati, mantenendo in massima le linee architettoniche preesistenti. Perciò - ed è stata buona ventura per noi - essa quasi nulla ha perduto del suo aspetto d'anteguerra, anche risalendo molti anni indietro nel tempo.

E quest'aspetto non è destinato a mutarsi neppure in un prossimo avvenire, giacché Via Leoncino è una delle poche strade per le quali non sono previsti adattamenti topografici, in dipendenza del piano regolatore.

Partendo dall'Arena, il lato sinistro della via (numeri civici pari) è formato in parte da edifizi fabbricati a ridosso di mura romane, e si hanno notizie documentate per ritenere che qualche tratto di esse - designato in volgare "el muro vecio" o "el murazzo" - esisteva ancora scoperto sulla via nel corso del sedicesimo secolo. Si tratta della cinta rifatta nel terzo secolo dell'impero, da Gallieno, con materiali in gran parte di spoglio, che qui correva all'incirca dall'angolo di Via Frattini in avanti fino al Palazzo Pindemonte e alla porta romana dei Leoni.

I resti tuttora esistenti si trovano naturalmente nell'interno d'alcuni palazzi, a vari metri dalle facciate, a livello del piano terreno; per vederli bisogna entrare ai civici numeri 10, 12, 14, 16.

Ma prima, al n. 18 si osservi il palazzo già Cav. Amistà, con portone classico, dell'architetto Ronzani, costruito sull'area di una precedente casa Guarienti, tutta affrescata e demolita ai primi dell'ottocento.

Al n. 16 sorge il Palazzo Giusti del Giardino, già Eredi Albertini, interessante anche per altri motivi. Esso è formato da due distinti corpi di fabbrica divisi da un cortile che nel cinquecento era area pubblica, segnante il confine tra le contrade di San Fermo e San Pietro Incarnario. Nel cortile si vede il busto di Alberto VII, con a fianco le statue dell'Italia e della Giustizia, e altri minori pezzi di scultura. A coronamento del muro esterno sulla via, corre una loggetta con graziosi putti settecenteschi, e sul davanti stanno i medaglioni di Dante e Petrarca. Il muro romano è visibile in un corridoio a piano terreno, annesso alla portineria sulla destra del cortile.

I numeri civici che seguono, 14 e 12, corrispondono internamente a due cortili del grandioso palazzo già Sagramoso ed ora Goldschmiedt. Nel maggiore dei due (n. 12) è dato vedere, oltre a un bel tratto di muro romano a grossi blocchi di pietra, i resti di due torri medioevali (due delle 48 che si afferma esistessero allora in Verona), un antico capitello, una lapide con versi scolpiti, e una gran pietra ornata e incastrata nel muro romano, e certamente sottratta a qualche monumento o edificio importante.

Nel minore, al n. 14, altro muro romano di notevole altezza e imponenza, simile al precedente, del quale in origine era la continuazione.

Al n. 10, l'elegante Palazzo De Stefani. Nella parete di fondo dell'atrio, sono visibili i blocchi della cinta romana, sopra uno dei quali l'Ing. Stefano De Stefani nel 1929 ha fatto scolpire la seguente iscrizione:

MURI VERONENSIUM
FABRICATI JUBENTE
GALLIANO AUGUSTO


Sempre sul lato sinistro della via e aI n. 6 troneggia il grandioso palazzo Erbisti, già Salvi, (ora Grezzana), opera lodata dell'architetto veronese Cristofoli (1717-1788), con all'esterno quattro affreschi deperiti di storie sacre, del nostro Aliprandi, allievo di Paolo Caliari a Venezia. Ha di notevole lo scalone a due rampe e la classica armoniosa facciata posteriore sul cortile interno, d'ispirazione sammicheliana.

In questo palazzo fu ospitato l'imperatore Francesco I d'Austria durante il famoso Congresso di Verona del 1822. Un quadro della magnifica sala d'onore del piano nobile, riccamente affrescata, ricorda lo storico evento.

Alcune case e palazzi interessanti troveremo, ritornando indietro, anche sul lato opposto della via (numeri dispari).

Al n. 5, per prima, la vecchia casa Bentegodi, poi Ongania, del tardo Rinascimento, nota per gli affreschi a chiaroscuro, purtroppo oramai malandati, sulla facciata, del nostro Battista d'Angelo, detto il Moro, che vi rappresentò scene romane, fra le quali il famoso episodio di Coriolano e Vitturia.

Segue al n. 9 il Palazzo Dionisi, dei primi del cinquecento, ora di proprietà Vaona, in stile della Rinascenza, con stemma gentilizio sulla serraglia del portone, un bell'atrio e un medaglione dipinto nel muro interno del cortile con l'effige di Dionisio, condottiero di Federico Barbarossa nel 1180, agli albori del Comune Veronese.

Al n. 13, il palazzo già Serego, poi Milla ed ora Pellicari. Di notevoli proporzioni e di linee baroccheggianti è opera apprezzata dell'architetto veronese Luigi Trezza (1753~1824) allievo di Adriano Cristofoli, e ammiratore e seguace del Sammicheli. Eretto sull'area della vecchia casa dei Serego-Alighieri, discendenti del sommo poeta, presenta un grandioso atrio adorno di statue, uno scalone marmoreo con un simulacro di Dante (a dir vero non molto felice) e un ampio vestibolo al piano nobile con due grandi e belle statue in terracotta bronzata del Nettuno e di Mercurio, rispettivamente simboli di attività marinaresche e commerciali. Sopra il cornicione del tetto, stavano quattro grandi anfore, che furono levate durante I'ultima guerra e non più rimesse.

Al n. 19 la casa già Malfer, poi Tantini, semidistrutta dalla guerra e ricostruita nel 1947 per opera dell'attuale proprietario sig. Carton, che vi ha internamente installato i suoi magazzini. Egli ha saputo valersi di alcuni elementi decorativi preesistenti, e di altri nuovi da lui stesso ideati con buon gusto, per conferire il più piacevole e decoroso aspetto alla sua dimora. Nell'atrio d'ingresso due colonne romane che stavano nel cortile, e un'accurata piccola riproduzione in marmo del famoso Davide di Michelangelo. Nel cortile una bella scala esterna, stile rinascimento, modellata su quella del Castello di Soave, alcune statue in alto, e sul lato destro un balconcino romantico del Trecento, con mensole riprodotte dal balcone di Giulietta in Via Cappello.
Via Leoncino è strada esterna alla città romana, sorta come sobborgo nel primo medioevo con edifici modestissimi a ridosso della cinta Gallienana, che da questo lato non aveva pomerio a causa della forte depressione del terreno. Dal secolo XII compresa entro la nuova cinta comunale e suddivisa fra le contrade di San Fermo e San Pietro Incarnario. Al tempo scaligero assegnata al quartiere "Maggiore", dal Cinquecento vide sorgere i vari palazzi e diventò una via aristocratica.

A sinistra vi sboccano: la Via Frattini (già Scuole Comunali) e la Via S. Cosimo. Quest'ultima, è popolarmente conosciuta anche come via dei "Puoti", per certe buffe cariatidi che stanno sulla facciata del secentesco palazzo della famiglia veronese dei Turco.

A destra: Via Tazzoli (già Vicolo Leoncino), Via Rocche (già vicolo omonimo); Via Malenza (già vicolo San Fermo), e via Flangini (già via San Fermo), notevole per il severo Palazzo Murari della Corte Bra', e per lo sfondo magnifico e pittoresco della porta del fianco della gotica chiesa di San Fermo Maggiore. Esse congiungono Via Leoncino allo Stradone di San Fermo.

Il toponimo le è venuto dall'insegna di una vecchia osteria verso l'Arena, detta del "Leoncin d'oro", sopprimendosi nella più recente toponomastica la parola "d'oro".

Non poche case di questa bella via conservano i vecchi numeri civici, anteriori al 1871.
Fonte: Vita Veronese - 5/1951

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