Via Rosa - Verona

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Via Rosa

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Via Rosa, breve e rettilinea, costituisce un'unica via con la continuazione di Via Garibaldi e si può considerare, con Via Cappello, Via Mazzini e Corso Porta Borsari, una delle quattro principalissime arterie centrali dell'odierna città.

La via, orientata da sud est a nord ovest, non offre però alcuna di quelle visioni di sfondo sulla collina che allietano altre vie cittadine orientate in opposta direzione e neppure è visibile l'estremità di Via Garibaldi presso il fiume, a causa di un notevole suo spostamento verso sinistra rispetto alla direttrice mediana di Via Rosa.

Via Rosa fu via romana e appartenne al cardo primo sinistrato citrato. Non era quindi la via principale da questa parte, rappresentata allora dal cardo maximus (corrispondente alla Via S. Egidio di oggi), decaduto poi al rango di via secondaria, da quando nel medio evo si cominciò a fabbricare all'estremità nord occidentale del Foro, occludendone lo sbocco. L'occlusione ha fatto sì che la funzione romana del cardo massimo, come arteria base, si è trasferita col tempo nel cardo primo, assumendo la massima importanza agli inizi del novecento, allorché la città cominciò a dilatarsi al di là del fiume nella zona già costituente la "Campagnola" dove sorse la stazione della ferrovia Verona-Caprino-Garda, e più recentemente il grandioso complesso degli Istituti Ospedalieri.

Nel periodo comunale e scaligero Via Rosa fece parte del quartiere Ferro e delle contrade di San Benedetto e Santa Cecilia. Durante il periodo francese napoleonico, appartenne al rione "Piazze".

Via Rosa s'inizia, all'angolo di destra con la casa Ferrario, che va ricordata in modo particolare per più motivi. Si vuole, infatti, che nel medio evo lì sorgesse una torre, una delle tante che allora conferivano un più severo aspetto al panorama della città visto dall'alto. Di questa torre nessuna traccia resta al presente.

In tempi a noi più vicini quell'angolo era occupato dal così detto "Bottegon delle acque", uno dei tre primi caffè che nel 1770 erano aperti in città, insieme alla "Gallinetta" in Bra' e al "Gatto", il più importante, in Piazza Erbe.

Il Bottegon teneva anche alloggio e si racconta che prima dell'occupazione napoleonica vi abbia alloggiato per qualche tempo un Marchese Francesco Agdollo, spia della repubblica veneta, il quale da un emigrato giacobino di Francia si faceva dare lezioni di francese per poter sapere qualche cosa sulle intenzioni del profugo Conte di Lilla, futuro re di Francia, allora dimorante fra noi nel casino Gazola alla Trinità.

Ma la nota più interessante che offre la Via Rosa è rappresentata da una lapide romana, murata sulla stessa casa Ferrario, al civico n° 2. Ha le dimensioni di m. 2,01 in larghezza per m. 0,61 in altezza, e si trova a m. 1,83 dal livello della via. E' stata rinvenuta in occasione di lavori stradali eseguiti dalla Municipalità di Verona nel 1821 (podestà Giambattista da Persico), a due piedi di profondità, e murata presso lo stesso punto di ritrovamento. Ecco l'iscrizione:

GAVIA Q. F. MAXIMA
IN AQVAM HS Q. ((( I )))
...MENTO DEDIT


che tradotta dice: Gavia Massima, figlia di Quinto, lasciò in testamento 500.000 sesterzi per l'acqua (o l'acquedotto). Il segno HS che precede la Q con quella lunga coda, significa: sesterzi, moneta romana imperiale. La Q che segue avrebbe il valore di cinque volte e il complesso degli strani segni che vengono dopo corrisponde alla cifra di centomila. Per cui il lascito testamentario di questa generosa patrizia veronese, forse del tempo di Traiano, ammonterebbe a cinquecentomila sesterzi, cifra ragguardevolissima se si considera che con un sesterzio a quel tempo si poteva vivere un giorno.

Oltre a ciò Via Rosa può vantare due bei palazzi, in tutto degni di essere menzionati. A sinistra, al N. 5, l'imponente palazzo barocco già dei Pellegrini, detto popolarmente "el porton senza casa", perché effettivamente il massiccio portone centrale sembra sproporzionato all'altezza dell'edificio, progettato, a quanto si crede, dall'architetto Curtoni, nipote del Sammicheli e autore della Gran Guardia Vecchia in Bra'. La sproporzione, in effetto, è mena reale di quanto sembra, perché dovuta in buona parte alla ristrettezza della via che non consente una completa visione prospettica frontale della facciata.

Il palazzo è da qualche decennio passato in proprietà della Società Elettrica Valeggiana che ha provveduto al restauro dell'interno sotto la direzione della soprintendenza ai monumenti, col maggior possibile rispetto dell'ambiente antico, che tuttavia ha perduto inevitabilmente la caratteristica patina che il tempo dipinge sui muri e sulle pietre vecchie. Durante il restauro è venuto alla luce, entro una nicchia di un pianerottolo della scala, un bell'affresco datato MDXIX, di piccole dimensioni, rappresentante la Madonna col Bambino, attribuito a Paolo Morando detto il Cavazzola. Nel cortile interno, al sommo di una cornice di ornamento d'una fontana, contro il muro di sinistra, si legge la seguente iscrizione:

CORONA SENUM FILII FILIORUM
ET GLORIA FILIORUM PATRES EORUM


cioè: i figli dei figli sono la corona dei vecchi e i padri di essi sono la gloria dei figli.

Notevole è pure il secondo palazzo, tutto in cotto, al civico N. 8 di proprietà Bassani. Di stile rinascimento, con bella trifora centrale al primo piano, è la trasformazione di un più antico edificio romanico, del quale si vedono tracce non poche, tanto sul prospetto principale come sul lato che guarda il Vicolo Rosa.

Col palazzo ex Pellegrini confina il Vicolo Raggiri che fino a poco fa era indicato cieco, benché da vari anni non lo fosse più in seguito all'apertura della sua opposta estremità che dà sul Vicolo San Benedetto. Questo Vicolo Raggiri è interessante perché in fondo, dove volta a destra, mostra un bel portone romanico con arco a conci di tufo alternati a conci di cotto e ghiera di cotto. Questo portone dà accesso ad un fianco del palazzo Maffei, e a sinistra di esso, poco discosto, ne sta un altro poco dissimile, alla base di una casa antica che in passato era probabilmente una torre.

Continuando a destra il Vicolo Raggiri e usciti sul Vicolo San Benedetto, voltandosi indietro, si gode una veduta assai pittoresca, formata dal susseguirsi, a breve distanza, di vari archi trasversali, con lo sfondo di rozzi caratteristici balconi. È uno dei suggestivi quadretti che Verona offre a chi li va a cercare con l'animo di un innamorato.

NOTA TOPONOMASTICA

La derivazione del toponimo Rosa, secondo l'opinione di Giuseppe Trecca, il noto e valente cultore di arte e storia veronese, si dovrebbe ricercare in una parola dialettale equivalente all'italiano roggia ("rosa" con la o chiusa), data come probabile l'esistenza nella via in tempo remoto, di un corso d'acqua, in seguito colato.

La cosa assumerebbe maggior verosimiglianza da quando, nel dicembre del 1951 l'illustre nostro concittadino prof. Luigi Messedaglia, con un interessantissimo articolo pubblicato sull'Arena, ha ricordato la scoperta di resti inoppugnabili di un acquedotto romano, avvenuta sulla fine del secolo scorso presso Nòvare in Valpolicella.

Quest'acquedotto, da Nòvare per Parona entrava probabilmente in città, attraverso un ponte poco discosto dall'attuale P. Garibaldi, e seguiva il Cardo primo sinistrato, cioè le attuali Vie Garibaldi e Rosa.

Se non che, senza nulla togliere al valore di queste preziose notizie siamo a cognizione di una circostanza più plausibile in ordine alla derivazione del toponimo, perché assai meno remota nel tempo e comune all'origine di molti toponimi nostrani. La circostanza cioè che nella descrizione delle Poste d'osteria Campionate di Verona del proclama veneto 26 giugno 1755, si dà come esistente nella Contrada di Santa Cecilia - dove appunto si trova Via Rosa - l'osteria all'insegna della "Rosa bianca". Quest'insegna, come in altri casi, ha determinato il corrispondente toponimo popolare, che nella toponomastica ufficiale del primo ottocento ha perduto I'aggettivo, diventando semplicemente "rosa".

E così i veronesi, leggendo la targa stradale, continueranno a pensare al bellissimo e superbo fiore, nonostante con le sue spine ci ammonisca che anche dove trionfa la bellezza, e pur fra gli splendori della natura, possiamo essere insidiati da qualche inaspettata punta d'amarezza o di rimpianto.
Fonte: Vita Veronese - 6/1952

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