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Villa Francescatti

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Villa Francescatti, dopo il suo restauro e la destinazione ad Ostello della gioventù, ha assunto importanza crescente sia per il turismo giovanile, come dimostra l'aumento degli arrivi, sia per la città di Verona, che ha trovato nella Villa stessa la valorizzazione urbanistica di una zona particolarmente centrale e un servizio efficace alle correnti turistiche che la raggiungono.

All'ingresso della valletta di San Giovanni, e alle pendici del colle di San Pietro - quest'ultimo sistemato a terrazze già in età romana - la villa Francescatti ha una sua storia documentata che risale almeno al Cinquecento, quando il celebre naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi - in visita a Verona nel 1554 - testimonia di aver qui veduto un " raro giardino » posseduto, accanto ad una sua villa, dal nobiluomo veronese Gentile Della Torre.

La casa del Della Torre era stata del resto riprodotta in quegli anni anche in un affresco che Nicolò Giolfino dipinse, nella cappella di San Francesco a San Bernardino: nella veduta del colle di castel San Pietro. Il complesso parzialmente celato da alberi, che fa da sfondo al dipinto, mostra parte del suo prospetto concluso da un timpano merlato, alla maniera delle ville che già nel Quattrocento punteggiavano il territorio veneto.

"Ignoriamo - annota al proposito Lanfranco Franzoni, che per primo ha segnalato l'esistenza della casa e del brolo cinquecenteschi -quali piante rendessero raro e prezioso il giardino di Gentile Della Torre, ma presumibilmente v’erano il mirto e la se buia, come nel giardino del dottor Alessandro Serego in Bra’, limoni, cedri, aranci e lauri, nonché tra le ortaglie la "cinara", ossia il carciofo "dagli antichi o non gustata, o negletta, ed hora fatta delitia delle mense" come nel giardino Giusti, secondo la citazione del Pona".

Villa, giardino e parco passarono poi agli Algarotti, agli Zenobio, agli Odoli, ai Dal Bovo, ai Palazzoli ed ai Francescatti: il complesso sarà anche più volte rifatto, ma l'importanza del giardino e del parco non verrà mai meno, fin quasi ai nostri giorni. E adesso che la villa è stata riscattata da chi ebbe la buon’idea di sistemarvi un ostello per la gioventù, giardino e parco sono tornati a far bella mostra di sé, come nei tempi andati.

Del giardino possediamo, fra le altre, la bell’immagine che ci trasmise un grande viaggiatore tedesco, a cavallo fra il Sei e il Settecento: fra le vedute veronesi del "Libro degli Esperidi" del Volkamer, edito a Norimberga nei primi anni del Settecento, figura, infatti, anche il giardino degli Odoli sotto il Castel San Pietro, quel giardino che sarà ancora in auge più di un secolo appresso quando il conte Da Persico nella sua celebre guida gli dedicherà qualche riga: "Anche il giardino, che fu dei Zenobio, poi degli Odoli, ed ora del signor Pietro Bovio, per l'amenità del sito, partimento e varietà del terreno, elevatezza e simmetria del palazzo, merita una particolare osservazione".

Il giardino di villa Francescatti - così i veronesi la conoscono dal nome d'uno degli ultimi proprietari - fu dunque davvero, nei secoli scorsi, uno dei giardini più belli fra quanti arricchirono la città di Verona, assieme a quello dei Giusti, a quello dei Gazola, a quello dei Chiodo o a quello degli Spolverini, tanto per fare qualche esempio. Anch'esso era sistemato su terrazzamenti disposti sul colle, in fianco al Teatro Romano, lato San Giovanni in Valle, dotati di serre che accoglievano essenze anche rare, tra cui araci e "pomaretti". Perché il parco e le serre, ora scomparse ma un tempo porzione significativamente integrata nella villa, erano stati già nel Cinquecento organizzati - con lo scopo di valorizzare questa proprietà urbana appartenuta con alterna frequenza a nomi prestigiosi dell'aristocrazia veneta - su terrazze che preesistevano e che potrebbero essere d’origine romana, come d’antica origine sono certe grotticelle scavate nel tufo della collina. Siamo cioè di fronte a sistemazioni panoramiche pensate per il colle di Castel San Pietro già dai tempi della costruzione del Teatro Romano.

Ricorda appunto il Franzoni come in età romana il colle di San Pietro fosse stato plasmato in maniera da costituire un’organica cornice al teatro, inserito ai suoi piedi: così, ad una quota di m. 27,775 sopra il piano dell'orchestra, oltre il coronamento della seconda galleria con cui terminava il teatro fu intagliata nel colle una lunga e spaziosa terrazza, che in parte fu sostenuta da costruzioni in muratura. Larga in media attorno a m. 20, tale terrazza sviluppa per una lunghezza di poco superiore a m. 130 dall’ex-chiesa di San Bartolomeo verso il ponte della Pietra fino a villa Francescatti verso San Giovanni in Valle. La parete che delimita questa terrazza verso il colle è alta m. 6,50 e presenta la superficie grezza del tufo, in cui è stata tagliata senza alcuna traccia di rivestimento.

Mentre la terrazza sopra il Teatro Romano è ancora occupata dal Museo archeologico annesso al Teatro, queste della zona orientale rimasero escluse dagli acquisti del Monga pur se facevano esse stesse, almeno fino a villa Francescatti, parte integrante del monastero di San Gerolamo. Queste terrazze ebbero una loro risistemazione verso il secolo decimoquinto e la risistemazione aveva veduto su questo loro estremo lembo orientale la realizzazione anche di due belvedere: quello di villa Francescatti e quello dei frati, entrambi già citati in documenti del secolo decimosesto.

In particolare in un documento del 1580 - che riferisce di una locazione fra il monastero di San Bartolomeo e Paolo Varella di San Giovanni in Valle - si nomina una cengia sul fondo dell'orto del monastero, chiamato appunto Belvedere.

Circa le grotte scavate nel colle - alcune delle quali venute di nuovo alla luce nel corso dei recenti lavori di sistemazione della villa - va detto che si tratta di ninfei, come quelli che esistono pure nell'ambito dei chiostri di San Gerolamo al Teatro Romano, ma anche di abitazioni preistoriche o alto-medioevali che sono pure ben documentate nei fianchi del colle. Tali grotte erano note anche a Francesco Corna da Soncino il quale le ricorda nel suo "Fioretto", un poema in ottave scritto nel 1477 a modo di guida di Verona:

E sotto questo sonno algune grotte
che furono edificij antigui ruinati
là dove alquanti frati stan remotti
li quali sono chiamati Yhesuati
et ivi frontanelle d'aque giotte
che nasse de lor sassi laborati
e sotto quelli nasse una fontana
che I'aqua da malati se tien sana.


Tornando alla villa, va ancora aggiunto che - scomparsi da alcuni decenni gli ultimi proprietari del complesso, costituito dal palazzo, da un fabbricato di servizi, da altri due edifici, giardino e parco, la sua decadenza fu inarrestabile, tanto da risultare, fino a non molti anni fa, e cioè quando se ne avviò l'opera di recupero, quasi un’inabitabile stamberga.

La villa era già stata però riformata sostanzialmente agli inizi del Novecento, anche con la trasformazione di altri stabili annessi alla proprietà, tra cui i due piccoli edifici sul vicolo cieco di Borgo Tascherio: il primo all'estremo ovest collegato con l'antica strada di Castel San Pietro, sicuramente seicentesco, l'altro della seconda metà dell'Ottocento dove era ospitata la portineria con l'ingresso dal vicolo stesso.

Nel 1978, iniziò per la villa il determinante intervento finanziario della Banca Popolare di Verona. L'epoca del suo riscatto dall'abbandono pluridecennale nel quale era stata lasciata, con parte del tetto crollato, con gli infissi semidistrutti, con parco e giardino inselvatichiti, ridotti ad ospitare qualche pianta soltanto, e per di più ammalata. I lavori hanno ridato alla villa l'aspetto dei suoi giorni migliori, restituendole anche quell'elemento di notevole interesse, caratterizzante l'immagine stessa di Veronetta e parte integrante del complesso del colle di San Pietro, che è il grande parco, con più di cinquemila metri quadrati di area piantumata con pregevoli esemplari di piante di alto fusto, e parzialmente organizzato anche -come lo era un tempo - a giardino all'italiana.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1986

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