Villafranca - Oratorio di San Rocco - Verona

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Villafranca - Oratorio di San Rocco

Verona / Italia
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Alla periferia nord del capoluogo di Villafranca, lungo l'asse stradale che da Verona porta al castello, sorge il santuario intitolato a San Rocco. Se la rocca doveva difendere negli antichi tempi dalle incursioni dei bellicosi Mantovani, al Santo era affidata la custodia contro un pericolo più insidioso e per il quale le risorse umane niente allora potevano: la peste.

Il Simeoni, nella sua Guida storico-artistica della città e provincia (1909), data il santuario alla fine del '400, ma non è improbabile che esso sia sorto qualche decennio più tardi. Va, infatti, considerato che il momento in cui il culto di San Rocco, il cui corpo era stato trafugato e portato a Venezia nel 1485, sembra aver trovato maggior incremento nel Veronese, coincise con la peste scoppiata nel 1511, durante la guerra sostenuta da Venezia contro Francesi, Tedeschi, Spagnoli, Stato della Chiesa, Ducato di Ferrara e Marchesato di Mantova.

Lo storico Gerolamo della Corte riferisce che essa infierì soprattutto "nelle montagne che confinano con il Vicentino nelle quali si era ritirata per la guerra grandissima moltitudine di persone, sì cittadine come del contado", ma le frammentarie notizie delle quali disponiamo, ci dicono che anche in città e nella pianura il contagio fece morte vittime. Un testimone dell'epoca riferisce, ad esempio, che l'anno 1511 "essendo venuta la peste in Verona in tanta quantità che morse la magior parte del popullo le case de Verona furno abandonate sì per la peste come per la guerra tal che non si trovava chi le volesse habitar". Già nel 1480 però Verona aveva conosciuto questo flagello e in tale occasione sarebbe iniziata, stando al Biancolini, la tradizione dell'annuale processione che, prendendo l'avvio da San Giovanni in Valle, perveniva al santuario di Quinzano, già dedicato al vescovo eremita Sant'Alessandro.

AI dopo 1511 sarebbe invece da riportare anche questa cerimonia secondo quanto contenuto in un manoscritto settecentesco della Biblioteca Civica del quale si è occupato il Marchi. In tutti i casi sono queste due date (1480 e 1511) le più idonee per orientarsi nella datazione della chiesetta che risulta documentata nella visita effettuata dal Vicario del vescovo Matteo Giberti alla parrocchia di Villafranca l'anno 1525. La successiva visita, del 1532, la descrive come abbastanza decorosa (satis decora) e di proprietà del comune e degli uomini di Villafranca. Più eloquenti quelle di Luigi Lippomano (1553) e di Agostino Valier (1568) nell'informarci che la chiesetta è stata eretta come ex-voto e vi si celebra nella festività del Santo (16 Agosto) e una volta al mese per opera del cappellano della Compagnia della Beata Vergine esistente nella parrocchia di San Pietro. Non disponendo della sacra suppellettile necessaria all'officiatura della messa si usava quella della pieve.

In tal epoca Villafranca disponeva di altre due chiesette: quella di Santa Maria, situata all'interno della rocca, e quella di San Giovanni della Paglia, governata dai cavalieri Gerosolimitani.

L'oratorio di San Rocco si era aggiunto ad esse come ex-voto per la peste, non diversamente da come avvenne nella vicina Valeggio, a Sommacampagna ed in altre comunità della plaga compresa fra l'alta pianura ed il lago ove forse il contagio incrudelì particolarmente. La sua struttura a navata unica, con abside poco sporgente e tetto a spioventi rivela - come ha sottolineato Giuliana Mazzi - il persistere di una tipologia strutturale di arcaica ascendenza. Si veda ad esempio la nicchia sovrastante il portale che ricorda il protiro degli edifici romanici ma qui adibita ad accogliere un’immagine dipinta. L'intera facciata è ricoperta da affreschi generalmente attribuiti alla scuola di Domenico Morone (1442-1518), per altro alquanto rovinati. Il loro degrado deve essere iniziato piuttosto presto, se già la visita pastorale del 1594 disponeva che l'immagine della Madonna fosse restaurata e altrettanto fosse fatto per quelle dei Santi Rocco e Sebastiano o, al limite, queste ultime fossero cancellate essendovene più di una (imagines B. Virginis fiat honorabilis et imagines SS. Rochi et Sebastiani accomodentur et ripingantur. Alio imagines S. Rochi quia plures sunt, amoveantur et omnino tollantur).

A sinistra del portale, non senza difficoltà, è possibile scorgere le tracce di una "Crocifissione" con i Santi Maria, Giovanni, Antonio abate, Rocco e Sebastiano, ai piedi della croce, Sulla destra è raffigurata una Madonna in trono, pur essa affiancata dai due santi protettori contro la peste. Nella nicchia, che sovrasta il portale, la figura di San Rocco, riconoscibile per il bastone da pellegrino, appare sullo sfondo di un paesaggio di campagna che mostra, in lontananza, un'architettura turrita (il castello di Villafranca?).

All'interno dell'edificio altri affreschi votivi, inquadrati entro finte paraste e cornici, ricoprono la parte ultima delle pareti proseguendo su tutto I'estradosso dell'arcone trionfale. Vi si vede una Annunciazione, resti di una Maestà e una Fuga in Egitto. In quest'ultimo "a fare da pendent" a S. Giuseppe che precede la Madonna con Bambino portata sul dorso di un'asina interviene la figura di San Rocco rappresentata frontalmente e risolta secondo moduli figurativi che la accomunano con quella venuta alla luce, pochi anni or sono, nella chiesa di S. Marziale di Breonio e che reca la data 1513.

L'indicazione dell'anno d’esecuzione non mancava neppure qui, come dimostrano le tracce superstiti. La Cuppini, trattando degli affreschi di Breonio che attribuisce a Francesco Morone (1472-1529), rileva come l'immagine di San Rocco sia meccanicamente ripetuta nello stampo meschino e nella debolissima pittura dagli operai di Morone in vari oratori. Fra questi colloca anche quello di Bussolengo nel quale ritroviamo immagini analoghe, per inquadratura, scelte cromatiche, impostazione ed elementi iconografici, a quelle di Breonio e Villafranca e datate al giugno 1511.

E' evidente che, fra Quattrocento e Cinquecento, la frequenza con cui i pittori erano chiamati a riprodurre le effigi dei santi protettori contro la peste aveva fatto sì che esse fossero ripetute da luogo a luogo senza varianti, diventando prodotti pittorici di serie.

Un'ultima considerazione che intende essere un riconoscimento al merito: questa preziosa reliquia d’arte e di pietà religiosa qui succintamente illustrata è scampata ad un destino d’abbandono grazie alle cure degli abitanti del luogo e in particolare del geloso custode.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1987

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